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Il rischio politico e la voglia di riscatto

L'Editoriale|Attualità

Il rischio politico e la voglia di riscatto

Partiamo da un’eresia: da ciò che ci dice il Sanremo global index. Naturalmente non un vero indicatore statistico, ma un segnale “narrativo” di quanto emerge dalla più formidabile macchina di registrazione dei sentimenti dell’Italia profonda, di una intera cittadinanza quando non sia nomenklatura, apparato, corporazione. Ebbene, dal teatro Ariston è emersa con nettezza una diffusa voglia di raccontare il riscatto, la «vita che ti aspetta e ti fa rialzare», il «vietato morire», solo per citare alcuni dei testi premiati (ma il mood era più esteso).

A cosa serve l’arte se non ad essere avanguardia di un sentire comune che ancora non sa di esserlo? E la politica, attenta per statuto a leggere i vari sismografi sociali, ne dovrebbe trarre uno spunto ulteriore rispetto a quelli già indicati nelle sedi interne e internazionali, le più autorevoli, dal Fondo monetario alla Commissione europea, dalle agenzie di rating alle principali centrali di investimento finanziario: l’indeterminatezza sugli orizzonti politici, la fibrillazione di campagne elettorali lunghe e divisive, le incertezze legate alla propaganda conflittuale tra modelli di nazione, di Europa, di società fa svaporare ogni voglia di riscatto, le toglie energia e tempo per dispiegarsi.

Tra il palco dell’Ariston e la sala romana della direzione Pd c’è la figurazione plastica del vecchio rischio dell’incomunicabilità tra società e classe politica. Il Pd è ai limiti della scissione, dilaniato tra le elezioni subito, chieste da l segretario Matteo Renzi, e l’obbligo di governare il più e il meglio possibile rappresentato d’ufficio dal presidente del Consiglio in carica, Paolo Gentiloni, seduto silente al tavolo della direzione del partito, impegnato a continuare la positiva azione riformatrice dello stesso Renzi, ma paradossalmente sostenuto ora dalla minoranza del partito che non vuole votare subito.

Eppure proprio l'idea che le riforme fatte stiano cominciando a dispiegare gli effetti sperati (vedi il jobs act o gli investimenti legati a Industria 4.0) indurrebbe a pensare come sia esiziale l'interruzione dell'attività dell'Esecutivo per imprigionarla in una nuova stagione elettorale di corto respiro. Che tra l'altro finirebbe intrecciata con le già micidiali battaglie politiche ingaggiate in Germania e Francia, dove due Paesi chiave della tradizione europeista si giocano la sfida tra populismo sovranista e nuovo afflato verso un'Europa politica quale naturale e nobile completamento dell'euro..C'è bisogno di stabilità politica e istituzionale per completare l'azione cominciata proprio da Renzi (dal lavoro al credito, dalla Pa al progetto per la banda larga, non l'esperimento degli 80 euro che è stato un costoso fuoco di paglia) e per non vanificare due punti di Pil _ tanto sarebbe il costo del mancato completamento delle riforme, 33 miliardi _ per intercettare finalmente quel “nuovo clima” e irrobustire la fiducia, il lievito raro mancato finora e senza il quale non si gonfia la ripresa dell'economia.

Ha ragione Gentiloni, nel suo fermo understatement, a negoziare con l'Europa lo spazio per realizzare la fase due delle riforme per la crescita. C'è un lavoro fatto e un lavoro da completare, come spieghiamo bene a pagina 2: manca la legge sulla concorrenza, l'effettiva attuazione della riforma della pubblica amministrazione, il completamento di quella per la giustizia civile, l'abbattimento del cuneo fiscale. Solo seguendo la strada già battuta e allargandola si potrà raggiungere l'obiettivo fissato di crescita del 2,5% nel 2020. II risveglio del Pil e della produzione industriale fanno capire che se arrivasse uno shock positivo verso le nuove riforme e verso “politiche industriali dei fattori” e strutturali il Paese potrebbe finalmente scattare. E a maggior ragione se questo shock fosse un'azione corale dell'Europa finalmente persuasa (anche la Germania si sta ammorbidendo) sull'utilità di azioni inclusive e di solidarietà, come potrebbero essere gli eurobond per gli investimenti in infrastrutture materiali e non. Puntare sulle politiche del denominatore può aiutare a risolvere anche l'impatto del debito/Pil perché ne ridurrebbe la portata e contribuirebbe a far salire l'inflazione “buona”, quella utile a spegnere proprio l'incendio del debito. Si sa che prima o poi (comunque “politicamente” presto) sparirà lo scudo della Bce che oggi ci tiene al riparo dai rischi dello spread e dall'aumento del costo degli interessi sui bond sovrani: è indispensabile non farsi trovare impreparati. Lo sa bene il Governo in carica così come lo saprebbe un nuovo Governo che dovesse nascere dalla “lotteria” delle urne.

E non è detto che un Esecutivo di fine legislatura non possa agire nell'interesse supremo del Paese e non soltanto in nome di piccoli cabotaggi pre elettorali. Soprattutto se c'è il tempo _ e c'è il tempo _ per vedere realizzati alcuni degli obiettivi voluti dalle riforme. Una prova elettorale ravvicinata sarebbe invece un altro tipo di shock: un sicuro freno alla spinta riformista e innovativa durante la fase della battaglia pre elettorale e un incerto approdo quanto al risultato immaginabile come esito di urne dilaniate dal nuovo “tripolarismo liquido”, unica certezza qualunque sia la scelta della legge elettorale che resta comunque condizione preliminare irrinunciabile per andare al voto.Sarebbe un boomerang proprio adesso che nel Paese si diffonde un nuovo storytelling popolare nostalgico degli Anni 50, quando l'Italia si rimboccava le maniche e preparava il più straordinario boom economico della sua storia.

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