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Congresso Pd, Bersani a Renzi: fermati, prima viene Paese poi…

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Congresso Pd, Bersani a Renzi: fermati, prima viene Paese poi partito

«Prima il paese, poi il partito, poi le esigenze di ciascuno. Questo criterio, per me e per tanti, e spero per tutti noi, è la base stessa della politica. Se noi non teniamo ferma questa sequenza, non siamo più il Pd. Mi sono dunque rivolto e mi rivolgo a tutti quelli che hanno buon senso. Al segretario e a tutti coloro che lo hanno sostenuto dico: non date seguito alle infauste conclusioni dell’ultima direzione. Fermatevi». È l’appello lanciato da Pier Luigi Bersani sull’Huffington Post. La conclusione per l’ex segretario è sempre la stessa: va rispettata «la data ordinaria e statutaria del congresso (da giugno all’autunno)», che va tenuto dopo il voto amministrativo che coinvolgerà molte città, perché «serve, prima del vero e proprio confronto congressuale, una riflessione fondativa che definisca il profilo del Pd di fronte alle sfide nuove, un passaggio da costruire con un lavoro unitario». Bersani insiste sulla necessità di evitare elezioni anticipate: «abbiamo una maggioranza e un governo che possono e devono operare fino al 2018».

Il dibattito sul congresso
Ma Renzi (che in vista dell’assemblea di domenica ha passato la giornata al Nazareno, dove ha avuto
una serie di incontri con il vicesegretario Lorenzo Guerini, il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, e Piero Fassino), non ha alcuna intenzione di scavallare giugno: vuole rafforzare la sua leadership prima del voto nelle città proprio per gestire al meglio candidature e campagna elettorale. La data delle primarie aperte per l’elezione del nuovo segretario, atto che conclude il congresso, nello schema di Renzi vanno fatte entro aprile. Anche se i suoi “emissari” (dal numero due del Pd Lorenzo Guerini al ministro Graziano Delrio), soprattutto Dario Franceschini, stanno proponendo alle minoranze il 7 o il 14 maggio in modo da chiudere definitivamente la finestra elettorale di giugno e rassicurare i contrari al voto subito. Ma uno slittamento di 2 o 3 settimane non basta a Bersani, come ha spiegato lui stesso.

Finocchiaro: bene Orlando, senza sinistra non c’è Pd
Della maggioranza al momento fa ancora parte il ministro Andrea Orlando, che in direzione lunedì si è però distanziato dal leader proponendo una convenzione programmatica prima del congresso e su questo ha raccolto ieri attorno a sé tutti i parlamentari della corrente “giovani turchi”. Un’ipotesi condivisa oggi dalla ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro («Le suggestioni e il percorso indicato da Andrea Orlando mi sembra possano essere un punto di partenza importante per la nostra discussione. Il Pd non può esistere, in un momento così complesso e difficile, senza la sinistra») e sostenuta anche da un big come il governatore del Lazio Nicola Zingaretti.

La proposta, che inserisce il confronto programmatico all’interno del percorso congressuale, è stata rilanciata non a caso da due nomi della sinistra come l’ex leader dei Ds Piero Fassino e il ministro ex bersaniano Maurizio Martina. Una candidatura del Guardasigilli potrebbe essere in campo solo se nei prossimi giorni dovesse emergere che è utile ad evitare la scissione.

Orlando: servono ora segnali dalla minoranza
In serata Orlando ha chiesto alla minoranza di battere un colpo per evitare la scissione. «Dalla maggioranza ieri e oggi sono arrivati segnali importanti. È fondamentale - ha scritto il Gurdasigilli su Facebook - che ne arrivino da subito anche dalla minoranza. Solo così si può ricostruire il filo del dialogo. Credo che tutta la minoranza veda le conseguenze disastrose di una scissione. Si inizi a lavorare a partire dalle aperture che ci sono state in queste ore».

Ultima mediazione, ma scissione più vicina
A quattro giorni dall’assemblea di domenica che convocherà il congresso, l’aria dentro il Pd resta però sempre molto tesa. I margini per evitare una scissione appaiono sempre più ridotti.

Il governatore pugliese Michele Emiliano, insieme agli altri due candidati Roberto Speranza e Enrico Rossi, suggelleranno l’intesa sabato con un’iniziativa a Roma. «Una prova di forza, con centinaia di pullman e maxi-schermi fuori dal teatro Vittoria», dicono gli organizzatori, convinti che la prova di forza avrà effetto sulla maggioranza del partito in vista dell’assemblea di domenica. Dove, chiariscono oggi sia Emiliano sia Bersani, la minoranza comunque ci sarà. Ma intanto Renzi sta per lanciare l’avvio della campagna congressuale dal 10 al 12 marzo al Lingotto a Torino.

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