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Crescita, tasse, lavoro: l’Italia a metà del guado

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Crescita, tasse, lavoro: l’Italia a metà del guado

Dopo ogni esame ci si può sentire soddisfatti, delusi o semplicemente motivati a colmare le lacune. Per l’Italia l’appello, in questo caso, è stato il rapporto sulla situazione economica che la Commissione europea ha presentato mercoledì. Si va ben oltre il giudizio sulle grandezze di finanza pubblica e i nostri sforzi per recepire le raccomandazioni, perché il documento di Bruxelles scolpisce con la tecnica del rilievo totale la figura della nostra economia reale. E i voti che ci sono stati dati diventano uno stimolo in più per fare quel passo che ci manca oltre il confine tra una crisi che non può dirsi domata e un rilancio ancora frenato.

Dal 2008 la crescita del prodotto potenziale è negativa e quella del Pil reale, tra il 2001 e il 2015, è stata pari a zero, cioè 1,2 punti sotto la media del resto della zona euro. Non c’è analisi economica, ormai, che non converga nello spiegare questo trend con la dinamica debole della produttività. Non conforta, rileva la Commissione, che la produttività totale dei fattori sia tornata di poco in territorio positivo, perché restiamo dietro alla media euro e continuiamo a scontare un problema di «intensificazione del capitale». In pratica il livello molto basso degli investimenti ha contratto in modo troppo pesante lo stock netto di capitale e recuperare è un’impresa titanica. Perfino la dinamica più morbida del costo del lavoro è stata di fatto neutralizzata da questo dato.

Nel suo giudizio complessivo la Commissione dà comunque conto di una serie di progressi fatti dall’Italia, «alcuni», «limitati», «nessuno» a seconda dei capitoli. Sulle privatizzazioni, ad esempio, si fa notare come non sia stato centrato l’obiettivo 2016 dello 0,5% del Pil. Al tempo stesso però si riconosce che l’occupazione è in miglioramento per effetto della riforma del lavoro e degli incentivi. Giudizio positivo sulla riforma del processo di bilancio, e passi avanti su giustizia civile e governance del settore bancario. Si è intrapreso un percorso - da completare - di riduzione del cuneo fiscale sul lavoro.

Ma i singoli progressi, rammenta la Commissione, non bastano a cancellare le «carenze strutturali», quelle che richiedono con urgenza il completamento di riforme già avviate e l’adozione di nuove. Gli investimenti totali sono inferiori del 30% a quelli del 2007, quelli privati sono scesi dal 18,7% del Pil nel 2007 al 14,4% e gli stessi investimenti diretti esteri, nonostante le misure di attrazione, restano più bassi del 52% rispetto all’era pre-crisi. Nella summa dei fattori frenanti spicca con evidenza la contorsione del credito alle imprese che - nonostante la riduzione del costo dei prestiti - non mostra segnali di ripresa complice lo stock di crediti deteriorati che frena le banche.

Ma c’è un problema più generale di domanda, infiacchita da una crisi di fiducia e dal peso di alcune statistiche in cui non risaliamo. Una piccola impresa impiega 240 ore all’anno, contro una media Ue di 176, per presentare le dichiarazioni fiscali, mentre nel settore della concorrenza siamo 67esimi a livello mondiale nell’indice di efficienza del mercato dei beni e attendiamo da 22 mesi che il Parlamento vari una legge di 74 articoli. Siamo riusciti a ridurre i tempi per aprire un’impresa e a lanciare norme tra le più avanzate in Europa sulle startup ma i costi di avvio attività restano i più alti in Europa. Nella ricerca e sviluppo siamo fermi al famoso 1,33% di investimenti/Pil ben più basso del 2% europeo, pagando condizioni per l’innovazione non favorevoli con il risultato che siamo solo 21esimi nella Ue per percentuale di persone occupate in imprese a forte crescita (9,5%). La pubblica amministrazione e la giustizia sono altri due esempi di freno alla produttività ma anche due riforme particolarmente complesse, con dati di avanzamento diverso. Ambizioso il disegno sulla Pa, ma ancora da attuare dopo la sentenza della Corte costituzionale di novembre. Sulla giustizia civile, pur osservando qualche miglioramento, resta il fardello della durata dei procedimenti che si esauriscono in media in 8,2 anni, e l’istitito della prescrizione (riforma in divenire da due anni) condiziona l’efficacia della lotta alla corruzione negli appalti pubblici, dove nel 2015 quasi un terzo di tutte le procedure si è svolto in base a un’unica offerta.

La politica dei piccoli passi, sembra dirci in sintesi la Commissione con il suo elenco di numeri e statistiche, potrebbe non bastare più quando saremo chiamati al prossimo esame.

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