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M5S sfida il Pd sui vitalizi. Di Battista a Renzi: votate la nostra…

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M5S sfida il Pd sui vitalizi. Di Battista a Renzi: votate la nostra riforma

Dopo i giorni della bufera sullo stadio della Roma, il M5s rilancia. E lo fa utilizzando un tema di sicura presa sull’opinione pubblica: quello dei vitalizi dei parlamentari. Anzi, per meglio dire (i vitalizi sono stati aboliti nel 2012, ndr) del trattamento pensionistico «privilegiato» dei parlamentari. Lunedì 27 febbraio Luigi Di Maio, Riccardo Fraccaro e Laura Bottici presenteranno infatti una proposta ex novo sulle pensioni dei parlamentari, attraverso la revisione dei regolamenti parlamentari. «Ieri è stata decretata la chiusura definitiva della possibilità di andare a votare a giugno. Gli altri partiti sono tutti contenti perché si avvicinano alla pensione di settembre, ma lunedì avranno una brutta sorpresa», aveva annunciato nei giorni scorsi Di Maio, con riferimento alle primarie per l’elezione del segretario fissate dalla Direzione Pd il 30 aprile. Una data che chiude di fatto la porta al voto anticipato a giugno, reclamato a gran voce dai Cinquestelle.

La proposta di legge M5s
La brutta sorpresa di cui parla Di Maio ha le fattezze di una proposta che il M5S si appresta a presentare negli uffici di presidenza di Camera e Senato per «togliere ogni privilegio rimasto» ai parlamentari. L’obiettivo sarebbe quello di uniformare il sistema pensionistico di deputati e senatori a quello degli altri lavoratori facendo finire i contributi nelle casse degli enti previdenziali nelle quali i parlamentari versavano i contributi prima di essere eletti. Togliendo così la gestione dei contributi previdenziali a Camera e Senato. Una sfida che ha come obiettivo innanzitutto Matteo Renzi.

Di Battista a Renzi: dì sì a nostra riforma
A incalzare il segretario dimissionario dem è il grillino Alessandro Di Battista, che sulla sua pagina Facebook oggi attacca: «C’è chi non vuole votare perché aspetta il 15 settembre per maturare l’ennesimo privilegio: una grande pensione anticipata. Domani M5S presenterà una bella proposta: la riforma del trattamento pensionistico dei parlamentari per renderlo tale e quale a tutti i comuni mortali». Di qui l’appello: «Caro Renzi tra una corsetta vista Alcatraz e una goccia di sudore freddo per l’inchiesta Consip, dai uno sguardo alla nostra proposta e poi dì a quel che resta del tuo partito di votarla. Bastano 2 giorni di lavoro anzi, BastaUnSì».

In realtà va registrato che il Pd non era rimasto fermo sul punto. E che il renziano Matteo Richetti già nel 2015 aveva presentato una proposta di legge per riformare radicalmente le pensioni dei parlamentari e abolire anche i vitalizi ancora appannaggio degli ex parlamentari. Non a caso Richetti replica su twitter a Di Battista: «In attesa tua proposta, che ne dici di votare la mia?»

Cosa spetta ai Parlamentari se si vota nel 2018
A partire dal 2012, la rendita vitalizia concessa agli onorevoli al termine del mandato parlamentare e dopo il superamento di una certa soglia d'età è stata abolita e sostituita da una pensione calcolata con il metodo contributivo, basata cioè esclusivamente sui contributi versati (mediamente molto inferiore agli assegni pre-riforma). Per questo, ogni parlamentare versa mensilmente al Fondo pensioni di Camera e Senato un contributo pari all'8,8% della propria indennità parlamentare lorda (poco meno di 800 euro), che si sommano a quanto versano le Camere per ciascun eletto (poco meno di 1.500 euro mensili).

I requisiti per l'accesso
Il diritto alla pensione dell'ex parlamentare scatta però non al termine della legislatura ma al compimento dei 65 anni di età e a condizione che abbia alle spalle almeno cinque anni di mandato parlamentare effettivo. In realtà, il minimo sono 4 anni sei mesi e un giorno da parlamentare, per evitare che la pensione salti in caso di “scioglimento tecnico” dei due rami prima dei 5 anni. Per ogni mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno fino al minimo inderogabile di 60 anni. Se si considera che la XVII legislatura è iniziata il 15 marzo 2013, la data da tener d'occhio è quindi quella del 15 settembre 2017. Uno scioglimento prima di questa data farebbe perdere infatti ai parlamentari il diritto alla pensione e tutti i contributi versati in questi anni (un tesoretto stimabile intorno ai 20 milioni di euro). Ecco perché aveva suscitato polemiche l’sms inviato il 31 gennaio scorso a Giovanni Floris nel corso del programma DiMartedì nel quale l’ex premier Matteo Renzi scriveva: «Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo».

Quasi due parlamentari su tre alla prima esperienza
Quasi due parlamentari su tre – 438 su 630 deputati (il 69,5%) e 191 su 315 senatori (il 60,6%) – sono alla prima esperienza nelle Camere, e questo significa che se il loro mandato durerà meno di 4 anni, sei mesi e un giorno non avranno diritto al vitalizio una volta raggiunti i 65 anni: per molti l'obiettivo, quindi, è far durare la legislatura almeno fino al 15 settembre 2017. A meno di non riuscire a farsi rieleggere per la prossima legislatura. Una percentuale così alta di neoeletti ha sostanzialmente due cause: l'ingresso in Parlamento, nel 2013, di una forza totalmente nuova, il Movimento 5 Stelle; l’opera di ringiovanimento delle liste voluta dall'allora segretario Pd, Pier Luigi Bersani.

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