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La svolta parte dalle «inadempienze probabili»

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La svolta parte dalle «inadempienze probabili»

  • –Maximilian Cellino

Per risolvere il problema delle sofferenze bancarie occorre impedire che i crediti diventino sofferenze. Il concetto, lapalissiano quanto si vuole, cela tuttavia dietro di sè una verità inconfutabile: agire sulle attività finanziarie deteriorate prima che diventino davvero inesigibili, quindi siano classificate come sofferenze, è la regola di base se per risolvere l’annoso problema problema che affligge il sistema bancario italiano si intende individuare una soluzione sostenibile nel tempo e non soltanto legata a provvedimenti di carattere straordinario.

Prevenire è meglio che curare, insomma: lo dice il normale buon senso, ma lo sostiene anche la Banca centrale europea quando invita gli istituti di credito a gestire in modo proattivo anche le cosiddette «inadempienze probabili» (unlikely-to-pay, Utp) ovvero la categoria che nella nuova classificazione adottata dalla Banca d’Italia per recepire la normativa europea precede lo stadio delle sofferenze vere e proprie.

Controllare questo aggregato in modo sistematico e attraverso azioni proattive, cioè strutturandosi per provare a recuperare in anticipo quei crediti, potrebbe da una parte impedire il passaggio delle posizioni dubbie al livello successivo e dall’altra permettere alle banche di liberare risorse per erogare nuovo credito, dato che con la nuova classificazione adottata dal primo gennaio scorso dall’Eba per gli attivi inesigibili anche gli Utp vanno a incidere in modo significativo sui ratio patrimoniali degli istituti di credito.

Liberare i bilanci dalle inadempienze probabili non è del resto semplice, e il problema in fondo è simile a quello che si presenta per gli Npl, ovvero la mancata coincidenza fra il prezzo offerto dagli investitori e quello al quale le banche sarebbero disposte a cederli senza per questo creare una voragine nei conti. «Su questo tipo di attività gli istituti di credito italiani hanno un livello di accantonamento medio tale per cui dovrebbero vendere intorno al 40% del prezzo nominale, ma i fondi sono disposti a mettere sul piatto non più della metà di quella cifra e questo rende impossibile ogni accordo», conferma Carmine Evangelista, amministratore delegato di Az Holding, società indipendente che offre servizi finanziari e che ha appena pubblicato un osservatorio sugli Utp.

Un approccio proattivo nella gestione dei crediti nella fase che precede gli Npl servirebbe a maggior ragione per ridurre questa distanza, al momento incolmabile. Una statistica recente di PwC ha misurato in 123 miliardi di euro il valore delle inadempienze probabili che giacevano nella pancia delle banche italiane alla fine del primo semestre del 2016, 65 miliardi delle quali sono unsecured (cioè non garantite da ipoteche) se a questo aggregato si applica la stessa suddivisione presente all’interno del mercato degli Npl.

Proprio su questa voce, secondo Az Holding, occorre concentrare il maggior sforzo proprio perché su tale mercato le differenze fra domanda e offerta sono meno accentuate e quindi possibili da colmare. «Un quarto di questi crediti non genererà insoluti, quindi le banche dovranno concentrarsi sui restanti 49 miliardi di euro con azioni di recupero mirate», aggiunge Evangelista. Prima si agisce e maggiori sono ovviamente le chance di impedire che le inadempienze probabili diventino sofferenze: secondo le stime di Az Holding, le probabilità di recupero standard sono infatti superiori al 55% se il credito è stato classificato come Utp da appena 30 giorni, ma crollano rapidamente a poco più del 10% se sono trascorsi più di 180 giorni dal suo passaggio di categoria.

Occorre tempestività quindi, ma non solo: se si facesse ricorso a una gestione specializzata attuata da un credit servicer in grado di trattare il credito in maniera specializzata, magari controllando in modo ottimale l’intera filiera di produzione (dalla valutazione del credito stesso fino a definire e gestire la strategia per il suo recupero), sarebbe possibile incrementare di un ulteriore 4,6% le possibilità di recupero su un credito medio con anzianità pari a 90 giorni. «Applicando una gestione adeguata ai crediti appena individuati si potrebbe evitare che il 76,5% degli Utp possa diventare sofferenza», sottolinea ancora Evangelista. A volte la soluzione è più vicina di quanto si possa pensare, ma va cercata a monte.

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