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Lo storico di Stanford: solo catastrofi e violenze portano a un…

la tesi di Walter Scheidel

Lo storico di Stanford: solo catastrofi e violenze portano a un livellamento sociale

(Ansa/Ap)
(Ansa/Ap)

La tesi è estrema, e sicuramente può far discutere. In un suo saggio, dal titolo The Great Leveler: Violence and the History of Inequality From the Stone Age to the Twenty-First Century, Walter Scheidel, professore di storia alla Stanford University in California, sostiene che esiste da sempre una unica grande forza che ha portato, nel corso della storia dell'umanità, al livellamento delle diseguaglianze economiche e sociali tra gli individui: le catastrofi. E, se il titolo del suo saggio non ci tradisce, catastrofe per Scheidel è quasi sempre sinonimo di violenza.

«Per ridurre le disparità, servono shock violenti»
In un articolo da lui stesso pubblicato su The Atlantic, Scheidel riassume quanto esposto nel suo saggio. «Nel corso della storia, solo gli shock imponenti che hanno sconvolto l'ordine costituito, hanno avuto abbastanza forza per ridurre le disparità nei salari e nelle ricchezze», spiega il professore. In particolare, le cause di questa redistribuzione delle ricchezze, secondo la tesi, sono quattro: guerre che comportino la mobilitazione di masse ingenti, rivoluzioni violente e che portino a trasformazioni della struttura sociale, collassi di nazioni e epidemie catastrofiche. Scheidel spiega che le guerre di massa sono un fenomeno nato dopo la Rivoluzione industriale, e hanno contribuito

sostanzialmente alla redistribuzione delle ricchezze. E questo è successo soprattutto in seguito alle due Guerre Mondiali. Lo stesso è successo anche in occasione delle rivoluzioni che hanno veramente trasformato le società dal loro interno: qui Scheidel guarda principalmente ad avvenimenti del Novecento, come la rivoluzione russa e quella cinese, con relativo rimescolamento delle classi sociali. In precedenza, sostiene inoltre lo studioso, le rivoluzioni avevano avuto effetti molto meno dirompenti sulla redistribuzione delle ricchezze: l'esempio esplicito portato da Scheidel è quello della Rivoluzione Francese, «un affare assai meno sanguinoso [rispetto alle rivoluzioni russe e cinesi, ndr] e che ha portato avanzamenti più modesti».

«I ricchi hanno più da perdere»
La fine delle entità statali ha comportato in genere sofferenze a tutta la popolazione coinvolta ma, secondo l'accademico di Stanford, i ricchi hanno avuto nella storia «semplicemente più da perdere», e questo fin dai tempi della dissoluzione dell'impero romano. L'effetto delle grandi epidemie è stato simile,

ma per cause diverse: la decimazione delle popolazioni durante le grandi pandemie avvenute nella storia hanno portato a un aumento dei salari e a un crollo dei prezzi delle terre, con risultati perciò simili di rimescolamento sociale.

La provocatoria tesi sostenuta da Scheidel si spinge addirittura più avanti: il ricercatore sostiene l'incapacità delle moderne democrazie di diminuire, senza l'apporto di fattori esterni, l'ineguaglianza economica tra le persone. E perciò, sottolinea, «se la storia fornisce delle indicazioni, l'aumento delle diseguaglianze avvenuto fin dagli Anni Ottanta del secolo scorso non dovrebbe essere vista come una sorpresa».

La tesi portata avanti da Walter Scheidel può fare sicuramente discutere. Per cercare di aprire un dibattito sul tema Il Sole 24 Ore ha sentito due studiosi italiani esperti nel campo: la dottoressa Adriana Castagnoli, docente di Storia economica e sociale dell'età contemporanea e Storia contemporanea all'Università di Torino e Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni.

Castagnoli: «Eccessive generalizzazioni»
Per Adriana Castagnoli, la sostenibilità delle tesi proposte da Walter Scheidel è dubbia. «Le generalizzazioni di tempo e di luogo, per quanto suggestive, sono riduttive se non fuorvianti. La storia europea –sostiene Castagnoli- differisce da quella americana. Per esempio, la prima Guerra Mondiale portò una fase di crescita negli Usa, ma in Italia (e un decennio dopo in Germania) aprì le porte al fascismo con esiti contrastanti. In Italia, il potere d'acquisto di salari e stipendi, anziché aumentare, diminuì per provvedimenti di politica monetaria come “quota 90”. Dopo la seconda guerra mondiale, fu l'apertura dei mercati -una scelta politica- e lo sviluppo degli scambi a fornire -conclude Castagnoli- le risorse per la promozione sociale (si pensi ai tanti operai divenuti imprenditori)».

Inoltre, Castagnoli sostiene anche che non sia affatto ineluttabile l'incapacità della politica di agire in modo da ottenere una redistribuzione di redditi e ricchezze anche in assenza da eventi catastrofici: «Penso che la diseguaglianza (per dirla con Stiglitz) sia anche una “scelta politica”. Gli Stati e i governi –sostiene ancora Castagnoli - possono operare scelte diverse di raccolta di risorse e di spesa. Molte questioni distributive sono legate non tanto a quanto uno Stato spende, ma a beneficio di chi. Quando Warren Buffet afferma di pagare in percentuale meno tasse della sua segretaria e che in questi anni c'è stata una lotta di classe vinta dalla sua classe, mette a nudo un meccanismo di redistribuzione “alla rovescia” e di tutela delle ricchezze e dei patrimoni che ha ampliato enormemente le diseguaglianze sociali negli ultimi due decenni.
Va ricordato, inoltre, che la tecnologia - che considero uno dei fattori più potenti di cambiamento della storia anche a livello sociale: dal suo controllo dipendono potere, ricchezza e democrazia - non solo, come afferma Scheidel, ha reso obsolete le guerre di massa, ma sta rendendo obsoleti anche lavori e professioni. Non a caso Bill Gates ha proposto di recente una tassa sulla produzione effettuata dai robots», chiosa Castagnoli.

Mingardi: «Da sempre la morte è ’a livella»
Per Alberto Mingardi, d’altra parte, «Sappiamo bene che la morte è 'a livella, Scheidel in buona sostanza ce lo ricorda. Mi sembra che le sue tesi - prosegue Mingardi siano due. La prima è che le guerre nel Novecento hanno portato a una diminuzione delle diseguaglianze perché hanno avuto come conseguenze politiche una sistematica redistribuzione delle risorse. Questo vale sia per gli avvenimenti rivoluzionari, sia per il welfare state. La seconda è che carestie, guerre, fallimento degli stati “levano di mezzo” un po' di ricchi (e anche tanti poveri), e pertanto “riducono le diseguaglianze”. 'A livella, per l'appunto!
Bisognerebbe ovviamente leggere il libro, non solo la sintesi: ma le due tesi hanno portata molto diversa, la prima è storicamente “collocata”, è un racconto del Novecento, la seconda ha un ambito molto più vasto», continua Mingardi.

«A me pare che proprio l'esito così paradossale cui perviene Scheidel dovrebbe portarci a chiederci - prosegue Mingardi- se la riduzione delle diseguaglianze è davvero il grande obiettivo politico al quale tutti e sempre dovremmo tendere. Forse è più interessante guardare a come gli standard di vita delle persone cambiano, e se e quando migliorano. Ma questo porterebbe credo anche a un racconto del Novecento un po' diverso, nel quale il welfare state e le rivoluzioni politiche avrebbero un ruolo un po' inferiore, e invece i mercati, l'industrializzazione e il progresso tecnologico un ruolo centrale».

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