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Lobby, regole ancora in alto mare. Promosso il Mise

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il report di “riparte il futuro”

Lobby, regole ancora in alto mare. Promosso il Mise

Il tema della regolamentazione delle lobby in Italia sembrava essere tornato di moda un anno fa, all’indomani dell’inchiesta sul petrolio in Basilicata che aveva coinvolto il compagno dell’ex ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, costretta alle dimissioni. «Dobbiamo cercare di arrivare ad avere una legge», aveva detto l’allora ministra alle Riforme Maria Elena Boschi. Dodici mesi dopo, nessun provvedimento è all’orizzonte. E pochissime amministrazioni, tra cui proprio il Mise, si sono mosse in autonomia. Segno che la piena trasparenza dei processi decisionali fa ancora molta fatica a farsi strada in politica e nella Pa. Oggi a Roma - con il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini e gli assessori di Roma e Milano, Flavia Marzano e Lorenzo Lipparini - sarà presentato un report su quanto è stato fatto nel 2016, messo a punto da Riparte il futuro, comunità digitale anti-corruzione che aderisce a The Alliance for lobbying transparency and ethics regulation. Il titolo vuole essere incoraggiante: “Eppur si muove”.

La legge arenata al Senato
Il disegno di legge Orellana che dovrebbe dotare l’Italia di una norma quadro nazionale è arenato in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama da due anni. Non è l’unico: dal 1976 sono più di 50 i progetti di legge abortiti. Una «grave mancanza», sottolinea il rapporto: un «immobilismo tragico» contro il quale Riparte il futuro ha lanciato la campagna #Occhi Aperti, chiedendo che sia proprio il Parlamento a «prendere di petto questa sfida e a tradurla in una normativa nazionale al passo con i tempi e con gli standard internazionali». È doveroso ricordare, però, che almeno in questo l’Italia non è sola: soltanto sei Paesi su 28 in Europa, tra cui Austria e Regno Unito, si sono dotati di un registro obbligatorio. In compenso, al registro dell’Ue istituito nel 2008 sono iscritte oltre 10mila organizzazioni.

Il nuovo regolamento della Camera
Dopo un anno di gestazione, stanno entrando in vigore in questi giorni le nuove regole della Camera dei deputati in materia di lobbying: un registro ad hoc, una stanza riservata, divieti e sanzioni per i portatori di interessi che accedono al palazzo. «È bene chiarire però - si legge nel report - che non si tratta di vere modifiche e integrazioni al regolamento della Camera , che richiedono il passaggio obbligato in Aula, bensì di un protocollo da sperimentare per un periodo di prova e poi sottoporre al parere dei deputati». Tanti i punti critici rilevati da Riparte il futuro, tra cui l’esclusione dal provvedimento del Senato, dei ministeri e degli enti locali, l’assenza di un’agenda degli incontri, l’esclusione dall’attuazione delle norme alle audizioni richieste dalle comissioni, il numero di pass disponibili per agenzia (soltanto due).

Tra i ministeri lode al Mise
Le amministrazioni centrali non brillano, a parte il ministero dello Sviluppo economico che dallo scorso settembre ha adottato un piano interno di regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi, nell’ambito del Terzo programma d’azione dell’Open Government Partnership. Avviata da Carlo Calenda, la sperimentazione prevede un registro dei lobbisti (632 iscritti al 1° marzo scorso) con l’esplicitazione chiata dei relativi diritti, un codice di condotta e la possibilità per i cittadini di segnalare eventuali incongruenze o errori attraverso una sezione ad hoc del portale. Dal 12 ottobre è attiva anche l’Agenda degli incontri pubblici, estesa anche ai sottosegretari. A febbraio risultavano annotati 90 incontri all’interno del ministero con alcune grandi imprese, nazionali ed estere. La ministra della Pa Marianna Madia si è impegnata a estendere il registro e l’agenda al proprio dicastero entro il 2017 e di promuoverla anche presso gli altri.

Sei le Regioni che si sono attivate
Tra le amministrazioni regionali, apripista è stata la Toscana nel 2002, seguita dal Molise nel 2004 e dall’Abruzzo nel 2010. Lo scorso anno si sono attivate la Calabria e la Lombardia, che hanno approvato leggi ad hoc, anche se quella calabrese risulta inapplicata e quella lombarda «significativamente più timida»: oltre a introdurre soltanto registro e agenda definendo soltanto in minima parte diritti e vantaggi per gli iscritti, si rivolge in modo unilaterale ai lobbisti senza contemplare impegni e obblighi anche per gli amministratori pubblici. Passi avanti anche in Puglia e nel Lazio, dove sono in discussione due disegni di legge.

Comuni: Roma e Milano fanno da traino
Dall’assessora alla Roma semplice Flavia Marzano è partita la sfida di introdurre a livello comunale un’agenda pubblica degli incontri per il suo assessorato. Obiettivo che si vorrebbe estendere anche agli incontri degli altri componenti della giunta Raggi e alla creazione di un registro. Un’agenda è stata istituita anche dall’assessore milanese alla Partecipazione, Lorenzo Lipparini, e anche in questo caso il rapporto auspica la sua estensione. Ricordando che era stato il sindaco Giuseppe Sala, aderendo alla campagna “Sai Chi Voti” di Riparte il futuro, a impegnarsi perché l’agenda dei suoi appuntamenti pubblici e di quelli della sua giunta fosse resa trasparente. «Eppur si muove», dunque, concludono gli autori del report. Auspicando che «il 2017 sia finalmente l’anno della piena trasparenza sul lobbying, perché una democrazia matura è una democrazia trasparente e aperta al coinvolgimento attivo dei cittadini».

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