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Quello che i tre sfidanti Pd non dicono

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Quello che i tre sfidanti Pd non dicono

Renzi (Ansa)
Renzi (Ansa)

Oggi a Torino Renzi apre la sua campagna per le primarie. Entra nel vivo la gara con Orlando ed Emiliano ma quello che i tre aspiranti leader non dicono è che dopo il voto del febbraio 2018 non è detto che avremo maggioranze chiare e stabili. Se la legge elettorale resta quella proporzionale di oggi, il grande “bluff” è che ci racconteranno riforme che non vedranno mai la luce senza una prospettiva di governabilità

Si apre oggi al Lingotto di Torino, luogo di nascita del Pd con Veltroni, la campagna congressuale di Matteo Renzi che sfiderà Andrea Orlando e Michele Emiliano. Sapremo quindi come declinerà il suo programma alla guida del partito e pure del Governo visto che vuole mantenere nello Statuto la regola del doppio ruolo – segretario e premier – e quali proposte farà su tutti i versanti. Sembra che sull’economia si terrà un passo indietro dopo le tensioni con Padoan e Gentiloni per quell’altolà sull’Iva ma sarà una prudenza temporanea per ragioni di ospitalità. Sabato infatti è previsto un intervento del ministro dell’Economia e quindi sarà necessario un clima più disteso per accoglierlo e soprattutto sarebbe inopportuno fargli il controcanto sulle misure del Def o della manovrina.

Sta di fatto che, al netto delle fibrillazioni con Palazzo Chigi, i tre aspiranti leader stanno già mettendo sul tavolo differenti ricette. L’ex premier punta sul lavoro di cittadinanza, Emiliano rilancia il taglio del cuneo fiscale e dell’aliquota Irpef dal 23 al 20%, Andrea Orlando si concentra su diseguaglianze e povertà e all’Irpef pensava pure Renzi per l’ultima manovra del suo Governo se non avesse perso il referendum. Insomma, un grande match per attrarre gli elettori Pd sulla base di un programma che però potrebbe essere un bluff. Quello che infatti i tre avversari non dicono, è che con l’attuale legge proporzionale uscita dalle sentenze della Consulta, all’indomani del voto del febbraio 2018, il rischio sarà quello di non avere maggioranze chiare e solide. E dunque che lo scenario più probabile è l’impasse istituzionale, cioè la difficoltà di trovare i numeri in Parlamento per formare un Governo. In pratica, si stanno raccontando misure che non saranno mai attuate in assenza di una prospettiva di governabilità.

Questo è il non detto della campagna congressuale: non spiegare agli elettori che tra un anno ci si potrebbe trovare in una condizione peggiore di quella del 2013 che portò al Governo delle larghe intese con Berlusconi. Peggiore perché quattro anni fa c’era ancora un premio di maggioranza che veniva attribuito senza una soglia, adesso per farlo scattare serve conquistare il 40% dei consensi. Un traguardo che, stando ai sondaggi di oggi, è inarrivabile per tutti i partiti e anche per i 5 Stelle. Nel Pd, toccare questo argomento vuol dire mettere il dito nella piaga del 4 dicembre che ha archiviato le riforme istituzionali. E quindi se si prova a chiedere ai renziani cosa fare la risposta è che gli italiani – e tutti i partiti del “No” – si sono cercati lo scenario incerto di oggi.

E allora quello che non si vede in questa gara per la leadership del Pd è chi - tra i tre - si vuole assumere la responsabilità di fare una battaglia vera - non di testimonianza - per correggere le regole elettorali uscite dalla Consulta e riparare in parte ai danni. Almeno finora, nessuno si è dato la “missione” di non condannare anche la prossima legislatura all’instabilità. Si continua invece a lanciare riforme senza calarle in un contesto di governabilità snocciolando cifre sul taglio del cuneo, lavoro di cittadinanza o riduzione dell’Irpef. Ma così restano solo favole da primarie.

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