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Csm: Di Matteo lascia Palermo per Procura antimafia

DECISIONE DEL PLENUM

Csm: Di Matteo lascia Palermo per Procura antimafia

Il pm Antonino Di Matteo (Ansa)
Il pm Antonino Di Matteo (Ansa)

Con un'unanimità che non lascia al momento code polemiche, il plenum del Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha appena ufficializzato la nomina di Antonino Di Matteo, pm della trattativa Stato-Cosa nostra a Palermo, a sostituto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dnaa) guidata da Franco Roberti.

Con Di Matteo vanno alla Dnaa altri suoi quattro colleghi: i pm di Roma Francesco Polino, Maria Cristina Palaia e Barbara Sargenti e di Napoli Michele del Prete, che hanno superato un'ampia platea di concorrenti. In tutto i candidati erano 56 e tra di loro c'erano i magistrati del processo Mafia Capitale Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, il procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato, che da anni dà la caccia al superboss Matteo Messina Denaro, l'ex assessore alla legalità del Comune di Roma Alfonso Sabella, ora giudice al tribunale di Napoli.

I consiglieri del Csm hanno attribuito a Di Matteo la valutazione più alta (15 punti) per le «ottime qualità professionali» e il «solido e vasto bagaglio di esperienza» maturato nelle indagini sulla criminalità organizzata e nella gestione dei collaboratori di giustizia (da Giovanni Brusca a Salvatore Cancemi). Un giudizio basato anche sui pareri dati dai suoi superiori che attestano oltre alle «capacità di coordinamento e impulso investigativo», «l'impareggiabile tenacia» e «l'ineguagliabile spirito di sacrificio».

La prima volta la sua richiesta di approdare in Dnaa venne cassata perché gli furono preferiti altri candidati, la seconda venne respinta per un vizio di forma e la terza fu il pm a rifiutarla, nonostante fosse stata sollecitata dallo stesso Csm come trasferimento extraordinem da Palermo, vale a dire legato a ragioni eccezionali, tali da derogare alle ordinarie procedure di mobilità del personale di magistratura. Di Matteo - per il quale più di una volta la morte per mani dei sistemi criminali è sembrata ad un passo e che vive con misure di protezione che non hanno eguali in Italia - non voleva che apparisse una fuga da Palermo, essendo tra l'altro pendente un suo ricorso contro la bocciatura nella primavera 2015.

Il 20 febbraio era arrivata l'approvazione all'unanimità dalla III Commissione del Csm della proposta di destinarlo a Roma. Elisabetta Casellati, presidente della III Commissione affermò ieri che si è trattato di una «scelta non semplice», vista la presenza di candidati di «altissimo profilo». Spiegò che si era «tenuto anche conto delle indicazioni del procuratore Roberti», che guida la Dnaa e che i consiglieri del Csm hanno voluto ascoltare in audizione anche per capire «le esigenze dell'ufficio».

Dopo 18 anni continuativi di servizio Di Matteo lascia dunque la procura di Palermo, dove è approdato nel 1999, dopo un'intensa esperienza alla procura di Caltanissetta e in particolare nel pool che si è occupato delle indagini sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio.

Se lo richiederà il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi e se Roberti darà il suo assenso, Di Matteo potrà essere applicato (come si dice in gergo) nel ruolo di pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-Cosa nostra. In realtà, nei due mesi circa che intercorreranno prima del suo arrivo nella Capitale, si giocherà una partita delicatissima su quell' applicazione. Per ragioni di (presunta) opportunità, l'applicazione potrebbe essergli negata. E allora la coda di polemiche si riaprirebbe.
r.galullo@ilsole24ore.com

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