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Giacinto Facchetti, la favola di un uomo diventato campione

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Giacinto Facchetti, la favola di un uomo diventato campione

Giacinto Facchetti, l’uomo delle favole e dei trionfi, si sentiva «un uomo qualunque». Lo ripeteva sempre a tutti, e a tutti faceva sempre effetto. Quando già vinceva, quando era ancora giovanissimo. In tuta nerazzurra, nei prati verdi della Pinetina, una volta l’intervistatore Rai gli chiese cosa avrebbe fatto dopo il calciatore. «Dovrò crescere e diventare uomo», rispose. Non era una frase fatta, era roba da Giacinto. Lui, infatti, aveva immediatamente intuito il retrogusto poco luccicante, talvolta amaro di quel mestiere glorioso ed esaltante.

La sua da giocatore fu una cavalcata trionfale. Con capolinea nel mondo reale, nella perenne nostalgia che però non intaccò mai valori, cultura e stile di questo genio della semplicità cresciuto a pane e amore nelle campagne bergamasche. Facchetti il gigante, la storia del calcio. Della Grande Inter, della Nazionale italiana. Un uomo diventato eroe popolare, senza trucchi, veline e facce da fotografo. Nato a Treviglio (Bg) il 18 luglio del 1942, secondo maschio di cinque fratelli, papà tramviere e mamma casalinga, una volta il mago Helenio Herrera lo chiamò per errore Cipelletti, così divenne il “Cipe” per tutti.

Ha vinto molto Facchetti, ha vinto tutto. Con la maglia nerazzurra (4 scudetti, 2 coppe Campioni, 2 coppe Intercontinentali, 1 coppa Italia), con quella azzurra (1 campionato Europeo, vice- campione nel leggendario mondiale Messico '70), poi da Presidente dell'Inter (1 campionato, 2 coppe Italia, 2 Supercoppe). Giacinto era un terzino spilungone, un fiore mai visto. Un avamposto del calcio moderno. Armava la difesa, ma costruiva football, vedeva la porta come un attaccante. E da vicino il senso della vita. Era un leader vero, il simbolo spontaneo di una rivoluzione gentile, epocale.

Come ricordano con memoria storica, spirito “verticale” ed interismo militante, il giornalista sportivo Paolo Maggioni, lo sceneggiatore Davide Barzi e il fumettista Davide Castelluccio. Sono gli autori poliedrici, coloriti ed emozionanti di «Giacinto Facchetti – Il rumore non fa gol», edito da BeccoGiallo. Un libro omaggio al fuoriclasse, una bella graphic novel biografica raccontata anche attraverso la passione di un papà giornalista e di suo figlio Pietro nella stracolma San Siro dei gradoni e dei parterre in piedi, zero spocchia e niente salette executive.

Erano gli anni ’60-70 del boom, dell’Italia che cresceva, della Milano che trainava e stupiva. Gli anni della contestazione, del controcorrentismo culturale («cazzeggio intelligente», per dirla alla Beppe Viola) che si faceva largo nel «Derby club» di viale Monterosa, centro di gravità permanente per talenti crescenti ed esistenzialisti perditempo. Là divennero “loro” Dario Fo, Diego Abatantuono, Giorgio Faletti, Renato Pozzetto. La generazione di quegli anni formidabili e anche di Facchetti, eroe non per caso, ma suo malgrado.

«Giacinto voleva essere un esempio, non un simbolo», si legge nel libro. «I simboli dividono, gli esempi no: si possono seguire, accettare, comprendere o rifiutare, ma non possono dividere. Dagli esempi possono nascere solo modelli positivi. Sui simboli, invece, si possono costruire steccati, muri, si vincono e si perdono le guerre. Da calciatore prima, da dirigente poi, Facchetti ha inseguito un solo obiettivo: fare del calcio un posto migliore di quello che aveva trovato».

Il capitano della causa azzurra e nerazzurra si beccò il “rosso” una sola volta in tutta la carriera. «Eppure quel cartellino, ingiusto e così tanto umano in una carriera marziana- scrive Paolo Maggioni nella scena finale del fumetto- non è la vera notizia. Colpisce piuttosto la reazione del pubblico: unanime, compatto. In piedi ad applaudire il proprio capitano disorientato in una situazione insolita eppure così orgoglioso nella corsa verso il tunnel, fuori dal campo. In quell’applauso c’è stata un'adesione, più che tifo: l’asse portante su cui si forma il concetto di popolo. Che, quasi naturalmente, non può fare a meno di scegliere un suo leader cui affidare sogni e speranze. Una figura di cui essere orgogliosi, in cui riconoscersi. La qualità dei capitani, spesso, è lo specchio di quella di un popolo. Nel calcio, come nella vita, ne esistono di molti tipi diversi. I campioni, troppo forti per non essere rappresentativi. I silenziosi, cui basta l’esempio per farsi rispettare».

Il campione di Treviglio godeva di un amore universale, trasversale. Da giocatore, la classe e l’aspetto scultoreo suscitarono reminiscenze classiche in alcuni grandi scrittori. Per Gianni Brera divenne «Giacinto Magno». Luciano Bianciardi lo elesse a emblema di un secondo rinascimento italiano, una specie di Garibaldi in maglia azzurra. Per Giovanni Arpino fu quasi un figlio, uno dei pochissimi a salvarsi, con dignità, dalla figuraccia azzurra a Germania 1974. Di Facchetti, scomparso prematuramente il 4 settembre 2006, resta anche e soprattutto questa profonda eredità culturale. Impensabile per le figure, molto più terrene, di chi ha provato - dopo la morte - ad attribuirgli colpe e nefandezze identiche alle proprie.

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