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Se la governance la fanno i governi

L'Analisi|Attualità

Se la governance la fanno i governi

Per un Paese che ha cambiato 64 governi in 70 anni, il turnover dei manager delle aziende pubbliche non poteva essere da meno: la girandola dei manager segue la governance della politica, non quella del mercato. Ma anche in Italia, il vento comincia a cambiare.

Fermo restando il principio che l’azionista di maggioranza – pubblico o privato – ha tutto il diritto di scegliere a chi affidare la propria azienda, nel caso delle aziende di Stato partecipate dal mercato continua a perpetuarsi una sorta di anomalia italiana: si quotano le aziende in Borsa, si chiede fiducia e capitale al mercato, si danno garanzie sul rispetto della governance, sulla tutela delle minoranze e persino sulla responsabilità sociale dell’impresa, salvo poi dimenticarsi di spiegare bene (e soprattutto per tempo) che un cambio di governo conta più di un cambio di congiuntura o di un mancato rendimento. All’estero, il concetto di best practice ha un significato del tutto diverso: trasparenza, merito, qualità del management, rispetto della governance e soprattutto tutela di chi ha investito i propri risparmi sulle promesse di efficienza e indipendenza dei board, sono fattori determinanti per le scelte di investimento.

Per molti anni il mercato italiano ha reagito passivamente alle scelte imposte dai governi sulle aziende pubbliche, ma questo si deve anche al fatto che la presenza degli investitori istituzionali esteri nelle società di Piazza Affari è stata poco più che marginale. Ora comincia a non essere più così: il peso dei fondi esteri, tradizionalmente poco disposti a subire imposizioni, nelle assemblee del «club» delle maggiori società quotate è aumentato del 40% e si è assestato su una media del 44% del capitale partecipante. Con punte decisamente più alte che ne configurano maggioranze anche superiori al 60% sul quorum dell’assise. Tutto ciò, se non determina ribaltoni nei consigli anche grazie a meccanismi statutari e alla volontà di non «passare» al comando da parte dei fondi, sta influendo comunque sulle regole del governo societario. E soprattutto, sull’andamento dei titoli in Borsa.

La caduta di alcune aziende di Stato dopo le indiscrezioni di questa settimana sugli avvicendamenti al vertice di Leonardo (ex Finmeccanica), Poste, e così via, non è affatto un caso: già a fine 2016, più del 60% del Ftse Mib e del 40% delle società del Mid Cap e nel settore finanziario (46% delle imprese) presentava una quota di controllo estero più che rilevante. E la regola dei fondi è nota: il capitale va soltanto dove trova le migliori condizioni, non solo le promesse.

Quanto accade, insomma, non è da sottovalutare. Una scheda-Paese elaborata dalla società di consulenza strategica americana FTI Consulting (tra i suoi soci e membri del board c’è tra l’altro il presidente della Cdp Claudio Costamagna), avvisa gli investitori internazionali che il «threat level», cioè il livello di minaccia, rappresentato dai fondi attivisti per i board delle quotate italiane è pari a «5,5», un voto che colloca Borsa Italiana al sesto posto mondiale subito prima della Germania e dell’Irlanda e a solo due posti di distanza dal Giappone, la patria delle contestazioni assembleari. Per FTI, i fondi attivisti prenderanno di mira le assemblee per avere più posti in consiglio, per opporsi alle fusioni e per frenare la corsa delle retribuzioni.

Ma il caso più emblematico riguarda le nomine al vertice: nel 90% degli avvicendamenti nelle grandi aziende di Stato, gli analisti scrivono con un palese sconcerto di non comprendere appieno la logica della discontinuità, soprattutto nei casi in cui l’utile aziendale e il rendimento delle azioni soddisfano le aspettative del mercato.

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