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Nuota, pedala, corri e il triathlon fa business

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Nuota, pedala, corri e il triathlon fa business

«Il mito dell’atleta completo. Il mito della fatica. Non combatti contro gli avversari. Ma combatti prima di tutto contro te stesso. Contro i tuoi limiti. Il triathlon piace per questo» dice Marco Sbernadori, editore di “Correre” e storico presidente, per 20 anni, dalla sua fondazione, della Fitri, la Federazione italiana triathlon. Ma che cos’è il triathlon? È uno sport giovane che accomuna tre delle discipline più praticate dagli italiani - nuoto, ciclismo e corsa - da fare in sequenza e senza interruzione.

Ci sono diverse tipologie di gare di triathlon, a seconda della lunghezza. Il triathlon sprint, la gara più diffusa e veloce. La distanza olimpica, il medio, chiamato in gergo mezzo ironman, o 70.3. E infine il super lungo, la gara più dura di tutte, la più ambita, cioè l’Ironman: 3,8 km a nuoto, quanto lo stretto di Messina: 180 km in bici, da soli, senza scia, come andare da Bologna a Siena e infine 42 km e 195 metri di corsa, una maratona, più o meno la distanza che c’è tra Milano e Bergamo. Tutto nello stesso giorno.

«La prima gara di triathlon in Italia – ricorda Sbernadori – è stata nel 1984, a Ostia. C’erano 300 persone. Oggi i tesserati alla Fitri sono 21mila, 23mila se si sommano le iscrizioni giornaliere». Un esercito di atleti. Uomini ma anche tante donne. «All’inizio era una associazione sportiva, poi diventata federazione e confluita nel Coni. Io sono stato presidente fino al 2004, poco dopo l’esordio del triathlon come disciplina olimpica a Sidney 2000». Agli ultimi Giochi di  Rio il triathlon ha debuttato nelle Paralimpiadi dove, tra l’altro, gli italiani si sono distinti con l’argento di Michele Ferrarin e il bronzo di Giovanni Achenza.

«Franco Fava – racconta Sbernadori – di ritorno da una maratona di New York mi raccontò di aver visto dei matti a Central Park che si buttavano in acqua, poi prendevano la bici e alla fine correvano attorno a Central Park. L’anno dopo abbiamo fatto la prima gara». Tra quel primo drappello di atleti c’era Matteo Gerevini, manager con un lungo passato da organizzatore di granfondo di ciclismo in mezzo mondo e da due anni alla testa del Challenge Venice, una delle più belle gare long distance del circuito, che parte tra le calli e i palazzi antichi di Venezia, in calendario l’11 giugno.

Il triathlon è nato negli anni Settanta sulle spiagge della California. «La prima gara – ricorda Gerevini - si svolse nel 1974 a Mission Bay, San Diego. Era una specie di sprint. La codifica ufficiale del triathlon come sport arrivò nel 1978 negli Stati Uniti e da lì si è diffuso in tutto il mondo. Ma San Diego è rimasta la patria del triathlon. Io avevo letto su “Correre” di questa prima gara a Ostia. L’anno dopo sono andato a farla.

Da allora “la triplice” ne ha fatta tanta di strada. «Negli anni Ottanta - continua Gerevini - era un movimento piccolo, davvero di nicchia. I triathleti erano praticanti che arrivavano da altre discipline, dal nuoto, dalla corsa. Ci si conosceva tutti. Non c’era il settore giovanile. Negli ultimi anni lo sport è esploso».

È diventato anche un business per molti e uno sport quasi main stream con i praticanti in aumento. «Per quello che posso percepire io – dice Marco Scotti, organizzatore dell’Elbaman, primo long distance organizzato in Italia che quest’anno arriva alla sua 13esima edizione – il triathlon è diventato anche uno sport mordi e fuggi per tanti praticanti di sport di endurance che almeno una volta nella vita vogliono provarci. Fanno come tanti podisti che sognano di concludere almeno una Maratona di New York. Quello che è cambiato rispetto ai primi tempi è lo spirito. Oggi tutti hanno il coach, le tabelle, si programmano la preparazione come professionisti. Si è perso lo spirito d’avventura che caratterizzava i primi tempi».

Nel 2016 in Italia si sono svolte circa 350 gare di triathlon. Gli italiani che hanno terminato un triathlon su distanza ironman sono stati ben 1600, di cui 111 donne. Quelli che hanno terminato un mezzo, un 70.3, sono stati più di 4mila: 3.814 uomini e 325 donne. Il profilo tipo del triathleta che si cimenta sulle lunghe distanze è un adulto, uomo o donna, sui 40 anni, con un lavoro stabile, cultura medio alta e una buona capacità di spesa. Sì perché il triathlon è uno sport costoso. Costa l’attrezzatura per praticarlo: bici, scarpe, abbigliamento tecnico, gps, muta speciale per nuotare. E costano le iscrizioni alle gare. Dai 50-100 euro per lo sprint fino ai 300-500 euro per un super lungo. Senza considerare le trasferte, a volte anche all’estero, aerei, hotel e tutto il resto.

Nel 2017 per la prima volta in Italia si organizzano tre gare su distanza ironman: il Challenge Venice, l’11 giugno, l’Elbaman il 26 settembre e lo stesso giorno l’Ironman a Cervia, in Romagna. Tutti e tre gli eventi sono vicini al sold out. Anche Radio Deejay, forte dei numeri delle varie Deejay Ten - lo scorso anno a Milano c’erano 25mila persone - ha deciso di provare con il triathlon: il 20 e 21 maggio organizza Milano Deejay Tri, una due giorni di gare su distanza sprint, super sprint e olimpico all’Idroscalo che sarà di sicuro un successo. Solo all’Ironman di Cervia, che è alla sua prima edizione, gli iscritti sono già sopra quota 1.500. «La necessità di organizzare anche in Italia un Ironman è dovuta al fatto che gli atleti italiani che negli ultimi anni hanno partecipato a nostre gare in Europa sono più di 4mila. La gara la chiedeva il mercato. Quest’anno finalmente ce l’abbiamo fatta», racconta Anna De Corato, responsabile sales e marketing di Ironman Italia.

Le gare generano fatturato per gli organizzatori ma portano anche introiti alle località che li ospitano, oltre a essere un potente strumento di marketing territoriale, con tanti stranieri. «Il 68% dei triathleti - dice De Corato - resta in media 4 giorni nella località dell’evento. Porta con sé una o due persone. Con una spesa minima di 150-200 euro al giorno. Un evento sulla lunga distanza si stima che generi per la regione ospitante un indotto dai 5 ai 7 milioni di euro. La metà per la mezza distanza».

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