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Carceri, Garante: passi avanti, ma mancano diecimila posti

la relazione al parlamento

Carceri, Garante: passi avanti, ma mancano diecimila posti

Il richiamo della Corte di Strasburgo del 2013, che ha imposto all’Italia un cambio di passo sulle carceri, «è stato declinato in positivo». La sentenza non è stata «archiviata, ma ha suscitato una serie di riflessioni e di interventi che hanno consistentemente ridotto i numeri delle presenze e aumentato quelli dell’accesso a pene alternative». Ci sono però «criticità che si riaffacciano», per quanto riarda il sovraffollamento, e preoccupa la questione non ancora affrontata della «qualità» della pena detentiva. Lo ha sottolineato il Garante dei detenuti, Mauro Palma, nella sua prima relazione al Parlamento.

Garante: passi avanti, ma mancano diecimila posti
«Il primo nodo - ha spiegato Palma - riguarda ancora i numeri: la distanza tra posti realmente disponibili e numero di presenze: tale distanza supera le diecimila unità. Oggi a fronte di 55.827 detenuti i posti disponibili sono 45.509». Inoltre, vista la distribuzione non omogenea nei diversi “circuiti detentivi”, «vi sono situazioni in cui si ha un affollamento che è quasi del trecento per cento rispetto alla capienza. E spesso le sezioni più affollate sono quelli femminili». «Più preoccupante è - ha incalzato il Garante - il profilo qualitativo della detenzione: un nodo irrisolto. Il carcere è ancora troppo spesso luogo di sofferenza aggiuntiva per le persone che vi sono ristrette» e «luogo di difficoltà e disagio per chi lavora». Su questo punto le aspettative si concentrano sul disegno di legge delega sull’ordinamento penitenziario uscito dalla discussione degli Stati generali.

Numeri in leggera crescita
Il numero dei detenuti nelle carceri italiane è andato diminuendo dal 2013, quando si raggiunse la soglia di 62.536. Ma «nel 2016 questo trend si è modificato con un leggero aumento delle presenze, che al 31 dicembre 2016 erano 54.632 e al 14 febbraio 2017 sono 55.713, con un incremento di oltre 1000 unità. Se si confrontano le presenze a fine gennaio 2016 e a fine gennaio 2017 si registra un aumento del 6,2%». Si tratta di una campanello d’allarme «da non sottovalutare, anche se forse in parte fisiologico».

Carenze e anomalie
Da un lato un modello che vittimizza e non promuove la responsabilizzazione, dall’altra carenze sanitarie nel trattamento del disagio mentale. Sono alcuni degli altri rilievi mossi dal Garante delle persone detenute. Tra le anomalie segnalate quella del linguaggio. “Spesino”, “scopino”, “rattoppino”, e poi ancora “mercede”, “lavorante” o “sopravvitto”: sono termini del “linguaggio penitenziario”, una lingua estranea al mondo esterno che «contribuisce a rendere più difficile il percorso di reinserimento delle persone». Non si tratta di un gergo delle persone detenute, ma di parole normalmente utilizzate dagli operatori penitenziari (direttori, funzionari, psicologi, polizia penitenziaria) e dalla magistratura di sorveglianza. «Il linguaggio - viene sottolineato - è solo una delle manifestazione della tendenza ad attivare processi di infantilizzazione nelle persone detenute». Non solo. Nelle visite compiute in questi mesi, il Garante ha riscontrato «l’isolamento di persone di difficile gestione» e «celle lisce», cioè prive di suppellettili in modo da minimizzare i rischi di atti di autolesionismo. Si tratta per Palma di una prassi per il trattamento del disagio mentale, in «molti, troppi, istituti», che «scarica su personale non medico, la gestione di situazioni che richiedono competenza e responsabilità medica».


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