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La “moneta fiscale”, una grande o una piccola…

L'Analisi|l’intervento

La “moneta fiscale”, una grande o una piccola opportunità?

A fine marzo, sul blog di Beppe Grillo è stato pubblicato un post (con 100mila like) dedicato alla proposta di introdurre in Italia una “Moneta fiscale” complementare all'euro. Non un sostituto alla moneta unica ma uno strumento di pagamento parallelo, ispirato alle proposte di un gruppo di economisti e ipotizzato di recente anche dal leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Per usare le parole del blog, «una moneta che non è moneta legale e quindi non va a violare i nostri trattati, ma che possa restituire al governo la capacità di effettuare un piano di investimenti e per sostenere il reddito dei cittadini, insomma un piano di rilancio». La proposta, citata nel dettaglio del quinto punto (su dieci) del programma Esteri del M5S in votazione da oggi tra gli iscritti del Movimento ha suscitato molte prese di posizione. Qui pubblichiamo un ulteriore contributo al dibattito.

Di recente è stata portata al centro del dibattito per il rilancio della nostra economia l'introduzione di una “moneta fiscale”. Questa iniziativa si realizzerebbe attraverso l'emissione di Ccf (certificati di Credito Fiscale) per una dimensione a regime molto elevata (400/500 miliardi di euro) con lo scopo di attuare interventi di espansione dell'economia dando impulso alla domanda interna. Tali strumenti finanziari sarebbero assegnati a lavoratori, imprese e istituzioni finanziarie per pagare debiti, salari ed effettuare nuovi investimenti e darebbero diritto a beneficiare di sconti fiscali a partire da una data futura prestabilita.
Sulla base di queste caratteristiche i fautori ipotizzano che sarebbero cedibili a terzi interessati ad effettuare pagamenti nei confronti della PA e quindi accettati come corrispettivo di compravendite di beni e servizi. I Ccf non costituirebbero nuovo debito per lo Stato in quanto lo stesso non si impegna a rimborsarli in Euro ma solo ad accettarli in riduzione di impegni finanziari futuri nei suoi confronti, e dato l'arricchimento patrimoniale conferito ai beneficiari sarebbero spesi provocando una crescita economica ampia e quindi un gettito futuro per lo Stato superiore al calo dovuto (a termine) all'utilizzo dei Ccf.

Le principali incognite
Proviamo ora a formulare alcune considerazioni su tali valutazioni. Come può chiamarsi uno strumento con cui viene effettuato il pagamento di un onere/spesa? Semplice: un titolo di debito per chi lo emette o un titolo di credito per chi lo riceve. Ha importanza se viene contabilizzato o meno subito nella contabilità pubblica come nuovo debito? No, non ha molta importanza in quanto i titoli di debito dello Stato entrerebbero nel circuito economico e sono destinati a scadenza a trasformarsi certamente in oneri per la finanza pubblica (in termini di minori entrate) e questo elemento non può essere trascurato da chi valuta il merito creditizio di un soggetto che ricorre abbondantemente al mercato del debito.
Ci sarebbe l'aumento del Pil con i moltiplicatori fiscali (1,25%) così come previsto dai suoi fautori? La crescita del Pil associata alla nuova spesa derivante dall'emissione dei Ccf è un dato molto incerto in quanto lo stesso dipenderebbe dal livello di assimilazione dei Ccf alla moneta corrente che i soggetti che operano nel mercato assegnerebbero loro. I promotori considerano questo livello di assimilazione del tutto paritario. Ma si tratta di una pura congettura priva di basi solide. Chi riceve in pagamento i Ccf non può avere alcuna certezza sul loro livello di accettabilità per effettuare ulteriori pagamenti e i successivi prenditori non possono sapere a loro volta fino a quando questi strumenti manterranno l'appeal guadagnato.

Strumento inefficiente per gli equilibri di finanza pubblica
L'eventuale status di fungibilità tipico di una moneta, non essendo sancito su basi giuridico/istituzionali, sarebbe pertanto basato solo su una percezione, più o meno diffusa, e per tale ragione sarebbe chiaramente parziale e precaria per definizione. Fattori negativi imprevisti delle dinamiche economiche e/o di finanza pubblica potrebbero inficiare in qualsiasi momento la loro appetibilità per motivi di fiducia verso lo Stato ed i suoi equilibri di potere. Di conseguenza, potrebbero funzionare come strumenti sostitutivi della moneta solo se scambiati a forte sconto e comunque il loro livello di fungibilità sarebbe molto lontano da quello di una moneta corrente. Ciò renderebbe del tutto inefficiente lo strumento per gli equilibri di finanza pubblica considerato che gli effetti sul Pil sarebbero una frazione del valore nominale emesso mentre l'impatto sugli equilibri di bilancio statale (minore entrate), seppure in un tempo, differito sarebbe a valore pieno di emissione.

Non può essere fattore chiave di programmazione politico economica
In definitiva se sullo strumento sussistono dubbi sulla sua assimilabilità ai normali mezzi di pagamento è evidente che lo stesso non può essere seriamente utilizzato come un fattore chiave di programmazione della politica economica di un paese, così come i fautori lo prospettano.
Peraltro, qualora in linea di principio teorica i Ccf dovessero essere accettati ed emessi in elevata quantità, come ipotizzato dai promotori, provocherebbero inevitabili destabilizzazioni sulla gestione dello stock di debito pubblico accumulato in quanto sarebbero considerati, a prescindere dalla loro contabilizzazione secondo i principi Eurostat, nuovo debito statale di fatto, mentre la crescita del Pil che ad essi viene associata (Pil preesistente + Pil indotto) sarebbe in ogni caso incerta, poiché essa può essere influenzata da fattori esogeni esterni ed interni imprevedibili ed imponderabili che possono all'improvviso determinare shock avversi.

I rischi legati a problemi di gestione della finanza pubblica
Tali considerazioni non potrebbero essere trascurate dai mercati, generando fin dall'origine al loro ricorso, elevati problemi di gestione della finanza pubblica.
Tuttavia l'idea di emettere dei “bonus fiscali” per incentivare comportamenti economicamente virtuosi, anche trasferibili in forma compensativa, per dare una maggiore spinta ad alcune forme di intervento di politica economica espansiva, per dimensioni comunque limitate, può risultare un elemento positivo per contribuire a dare impulsi ad alcune iniziative di stimolo alla crescita, così come ho previsto nel mio saggio “Cambio di Strategia” edito dal Sole24Ore. Le ipotesi più ambiziose, per contro, prospettano una overdose di illusioni assai consistente poiché appartengono alla categoria delle soluzioni facili per problemi strutturali complessi. E cioè a quelle non utili.

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