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Per Massimo Alba boutique come case nei centri turistici

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Per Massimo Alba boutique come case nei centri turistici

Sono passati quasi otto anni dall’apertura del primo negozio a insegna Massimo Alba: lo stilista-imprenditore scelse lo spazio di via Brera 8, a Milano, che per tanti anni aveva ospitato Naj-Oleari. La zona non veniva ancora chiamata “design district” e a un passante distratto il negozio poteva sembrare più una galleria d’arte o un laboratorio artigianale che una boutique di abbigliamento e accessori. Oggi tutti stanno ripensando il retail, puntando a spazi più raccolti e accoglienti. Persino i marchi del lusso, fino a poco tempo costruttori di cattedrali più o meno dorate. Ma nel 2009 Massimo Alba era il solo a credere in boutique più simili a case che a luoghi di vendita.

«Ho seguito lo stesso principio per i negozi di Roma e Tokyo, aperti nel 2014, e per le tappe successive: Sestri Levante, Forte dei Marmi, Bellagio e Taormina – racconta Alba –. Ogni spazio è diverso, ma la ricerca è la stessa: quadri, mobili che hanno già vissuto altrove, oggetti capaci di far volare l’immaginazione, come i mappamondi. Il legame con le mie collezioni è fortissimo: tutto quello che disegno e produco deve raccontare una piccola grande storia e avere davanti a sè una vita il più lunga possibile. Riesco, credo, a realizzare questo sogno grazie al mio percorso di stilista e al know how artigianale del nostro Paese e all’origine italiana al 100% dei tessuti e quando è possibile anche delle materie prime».

Massimo Alba ha lavorato per alcuni dei più raffinati marchi italiani, da Agnona a Malo, passando per Piombo e Ballantyne quando fu acquisito dal fondo Charme. In pochi conoscono i filati pregiati come lui. Non sarebbe bastato però a creare da zero un marchio e portarlo, senza marketing e pubblicità, a 5 milioni di fatturato. In 30 anni di lavoro ha assorbito anche le logiche commerciali e stabilito contatti con buyer e distributori di tutto il mondo.

«Perché io resti libero di seguire la mia idea di collezioni fuori dal tempo e impermeabili alla mode, l’azienda deve essere economicamente sana. Vorrei crescere, credo sia un’ambizione altrettanto sana, ma senza fare passi azzardati – conclude Massimo Alba –. La gioia più grande è sapere che molte persone apprezzano il mio lavoro e in via Brera, ad esempio, si sentono a casa o di famiglia. Le racconto l’utopia che ogni tanto accarezzo: poter regalare i miei vestiti a chi ha scelto di entrare in un mio negozio, come si farebbe con un amico. Uno scambio di cortesie tra ospiti. Eppure i vestiti, ahimè, sono fatti per essere venduti, ma se vincessi una mega lotteria, chissà».

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