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Alitalia, soci appesi al voto del referendum

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Alitalia, soci appesi al voto del referendum

Il referendum tra i lavoratori sull’accordo di giovedì notte che si apre oggi è «l’ultima chiamata» per Alitalia, ha detto ieri il ministro per lo sviluppo, Carlo Calenda. Secondo il quale la strada della nazionalizzazione «non esiste». Ma non esiste neanche un’alternativa privata: i soci (e creditori) Intesa Sanpaolo e UniCredit, così come gli altri soggetti privati coinvolti - da Atlantia a Generali - non sono disposti a mettere un euro in più rispetto agli sforzi, per un totale di circa un miliardo, messi sul tavolo nei giorni scorsi.

«Alitalia ha un ruolo importante per l’economia del Paese ed è per questo motivo che la banca la sostiene, ma sia chiaro, ed è sempre stato chiaro, che noi non siamo dei vettori aerei», ha dichiarato il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. «Contiamo sul fatto che ci sia un piano industriale sostenibile», ha aggiunto Gros-Pietro, e questo è il punto decisivo anche per UniCredit: il ceo Jean Pierre Mustier, che conosce bene Alitalia dove è stato in cda fino al giugno scorso, ha spiegato al suo board che il nuovo intervento della banca - conversione di circa mezzo miliardo di esposizioni varie - ha senso nella misura in cui è in grado di rendere la compagnia autosufficiente a livello di capitale fino a fine piano. Ma per centrare questo obiettivo serve l’adozione del nuovo piano strategico in tutte le sue componenti, compreso il contenimento del costo del lavoro; e dunque senza il «sì» dei lavoratori verrebbe a cadere una condizione determinante. È probabile che un cenno alla vicenda si faccia oggi anche nel cda di Intesa, dove tuttavia Alitalia non figurerebbe tra i punti all’ordine del giorno: dopo un esame preliminare due settimane fa, con approvazione del nuovo intervento subordinato a una serie di condizioni, finché non si conoscerà l’esito del referendum non c’è altro da deliberare.

L’attenzione è dunque rivolta al referendum (da oggi alle 11 a lunedì alle 16) sul preaccordo che prevede tagli retributivi per il personale navigante e 1.338 esuberi per il personale di terra con contratto a tempo indeterminato (con 2 anni di Cigs, integrata dal Fondo di settore per garantire fino all’80% delle retribuzioni) e 699 con contratti temporanei o in servizio all’estero. I sindacati e le associazioni professionali firmatarie, hanno chiesto che nella traduzione del verbale in accordo si tenga conto di tre criteri guida: che vengano individuate modalità eque per la riduzione dell’8% delle retribuzioni prevista dall’azienda per i naviganti, anche tenendo conto dell’impatto delle altre proposte . Che l’avvio degli interventi di riduzione dei costi parta da quelli non attinenti la retribuzione percepita , e che vi sia gradualità nel taglio salariale da realizzare nei 5 anni del piano. «Meglio sacrifici che fanno male ma con una visione del futuro - ha detto Annamaria Furlan (Cisl) -che far fallire un’azienda. Altrimenti avremo una grande compagnia in meno e 20mila disoccupati in più». Con la vittoria del “no” per il ministro Calenda ci sarebbero circa 6 mesi di amministrazione straordinaria e l’accompagnamento verso la liquidazione della compagnia. Escluso un salvataggio pubblico che suonerebbe come un aiuto di Stato. Il ministro Graziano Delrio (Trasporti), peraltro, ha spiegato che gli accordi di co-marketing degli aeroporti minori con le low-cost valgono 40 milioni di euro annui, tra risorse pubbliche e private.

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