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Distensione Padoan-Pd ma i nodi restano

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Distensione Padoan-Pd ma i nodi restano

La tensione cala ma il rischio di un’impennata resta sempre in agguato, lasciando più di uno spiraglio aperto sulle elezioni anticipate in autunno. Pier Carlo Padoan, nell’illustrare il Def ai parlamentari delle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha spiegato che il Governo esclude l’aumento dell’Iva nel 2018 previsto dalle clausole di salvaguardia. Parole che certamente contribuiscono a rasserenare il clima con Matteo Renzi. Ancora ieri l’ex premier ha ribadito che«l’Iva non si tocca e non si toccherà» perché un suo incremento ricadrebbe sulle spalle di tutti «dal pensionato al disoccupato e non mi piace buttare la croce su chi non ce la fa». Ma la questione è solo rinviata.

Il ministro dell’Economia, sia nell’audizione davanti alle Commissioni che poco dopo all’assemblea dei senatori del Pd, avverte che il «sentiero è stretto» e che al momento non sono state individuate le misure alternative per coprire quei 15 miliardi di euro (4 sono già garantiti dalla correzione della manovrina) necessari ad evitare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. Padoan auspica che la soluzione si trovi attraverso un confronto «franco» suffragato da un’analisi tecnica e non solo politica. Ma il ministro sa bene che inevitabilmente sarà la politica a dettare l’agenda.

La legge di bilancio arriverà a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura e quindi delle elezioni. Renzi non è disponibile a caricare sulle spalle del Pd il peso di una manovra impopolare. L’ex premier manda già segnali inequivocabile chiudendo la campagna per le primarie del 30 aprile a Bruxelles dove - dice - bisogna presentarsi «a gomiti larghi» perché «lì ci fregano». Dichiarazioni che suonano come una sorta di avvertimento a Padoan ma anche a Gentiloni che con la Ue dovranno trattare in vista della stesura della legge di bilancio.

Renzi ieri mattina ha fatto smentire le ricostruzioni giornalistiche che lo descrivevano voglioso di un rapido ritorno alle urne sulla scia della premier britannica Theresa May e allo stesso tempo ha usato toni concilianti nei confronti dei ministri Padoan e Calenda. Ma tanto la smentita che le parole di stima nei confronti dei «tecnici» non sono sufficienti a escludere una futura rottura. Anche perché di qui all’autunno ci sono appuntamenti come le imminenti elezioni francesi e quelle in Germania a settembre, i cui effetti si faranno sentire anche in Italia. Al di là del rischio di una vittoria dei populisti d’Oltralpe, è certo che in ogni caso Francia e Germania avranno già governi in carica per un’intera legislatura e quindi forti di un’investitura popolare che peserà nel confronto con gli altri partners europei e in primis con l’Italia.

Il rischio, tutt’altro che remoto, è che il governo Gentiloni si ritrovi a fronteggiare contemporaneamente le ragioni di bilancio con Bruxelles e gli attacchi interni dei M5S e delle altre opposizioni. Un cul de sac in cui Renzi non vuole finire e che per questo lascia aperta la prospettiva delle elezioni anticipate. Dal Quirinale nessun commento ovviamente anche perché per Mattarella il punto decisivo non è mai stata la data delle elezioni. Per il Capo dello Stato la conditio sine qua non è che ci sia un sistema elettorale omogeneo tra i due rami del Parlamento. Non a caso Renzi ieri ha ignorato gli appelli a presentare una proposta di legge elettorale alternativa al Mattarellum, che gli giungevano anche dallo stesso Pd e ha preferito invitare il M5S a prendere posizione: «A me va bene la legge che dice Grillo. La firmo domani mattina; mi va bene anche l’Italicum al Senato, a parte il sorteggio mi va bene tutto, ma bisogna essere onesti: chi ha vinto il referendum non può solo dire di no».

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