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Il suicidio assistito e le vie della giurisprudenza

L'Analisi|se il legislatore è silente

Il suicidio assistito e le vie della giurisprudenza

Esiste in Italia un diritto al suicidio, almeno in casi eccezionali? E, se così fosse, che cosa cambierebbe riguardo alla responsabilità penale di chi ne agevola l’esecuzione? Tali interrogativi, sorti con la vicenda di Fabiano Antoniani, il giovane disc-jockey cieco e tetraplegico, ritornano dopo pochi giorni con il caso di un uomo malato da anni di sclerosi, anch’egli aiutato a raggiungere una clinica svizzera, per porre fine alla sua esistenza.

Secondo l’opzione tradizionale, per chi lo pone in essere il suicido è un “mero fatto”, rispetto al quale l’ordinamento è indifferente. Non sono, infatti, previste sanzioni penali nemmeno per chi non riesce a uccidersi. Ciò non significa, però, che il suicidio sia un diritto, come dimostra la presenza nel codice penale di norme che puniscono, con la reclusione da cinque a dodici anni, l’aiuto al suicidio.

Tuttavia, si registrano casi limite che potrebbero essere tenuti separati dalle comuni ipotesi di suicidio, con riflessi sulla responsabilità penale di chi lo agevola. Torniamo alle due vicende: l’accesso a farmaci letali è stato chiesto per porre fine a esistenze minate da malattie irreversibili e ritenute da entrambi non più degne. Almeno nel caso di Antoniani, poi, l’unica via alternativa per interrompere la propria “non vita”, cioè l’interruzione della ventilazione assistita, gli avrebbe provocato indicibili sofferenze.

In presenza di situazioni gravissime e incurabili, come forse queste, ci pare che dai principi costituzionali possa ricavarsi un diritto all’autodeterminazione fisica e psichica dell’individuo, che si sostanzia nel diritto a porre termine a una vita che egli ritiene in contrasto con la propria idea di dignità.

L’interrogativo sull’esistenza, in casi eccezionali, di un diritto al suicidio è reso persino più incalzante dai riconoscimenti ottenuti in via giurisprudenziale in casi ancora più difficili di questi, perché la persona malata era incapace di intendere e di volere. Nel caso di Eluana Englaro, nel 2007, la Cassazione, facendo perno proprio sul principio del rispetto della persona umana, ha attribuito a chi si trova in stato vegetativo permanente il diritto di “far sentire la propria voce” e, tramite un tutore, rifiutare i trattamenti salvavita contrari alla sua concezione di dignità. Ferma restando la differenza tra rifiuto di un trattamento sanitario e richiesta di un farmaco letale, si potrebbe però ravvisare una disparità di trattamento tra chi può vedere realizzata la propria concezione di vita degna e chi non riceve attenzione alcuna dall'ordinamento giuridico italiano e si deve recare all'estero.

Dinanzi alle domande poste da queste tragiche vicende, il legislatore, come noto, è rimasto silente. Peraltro, il fenomeno dei viaggi verso la Svizzera non è circoscritto a pochi episodi e il vuoto legislativo non concerne solo l’Italia.
E così si assiste anche altrove a una supplenza della magistratura. Di recente, la giurisprudenza tedesca ha dovuto fare i conti con le istanze di chi vuole porre fine ad una vita ritenuta non dignitosa. E il tribunale amministrativo federale di Lipsia nel marzo 2017 ha riconosciuto che, in casi eccezionali, non può essere vietato l'accesso ad una sedazione volta a rendere possibile una morte senza dolore.

Nella medesima prospettiva, anche un giudice italiano potrebbe, allo stato attuale della legislazione, riconoscere il diritto di un paziente afflitto da una malattia grave e inguaribile a decidere come e quando la propria vita debba terminare, purché abbia formato la propria volontà in modo libero. E se esiste, sia pure eccezionalmente, un diritto al suicidio, non si può in questi casi punire la condotta di colui che aiuta nell'esercizio di tale diritto chi non può autonomamente metterlo in pratica.

Certamente l’intervento legislativo sarebbe la via maestra, per definire i requisiti oggettivi che rendono il caso eccezionale, per predisporre i controlli necessari a frenare abusi a danno di persone fragili e, allo stesso tempo, garantire a tutti eguali condizioni.

Resta che - anche alla luce dei sempre più numerosi casi di cronaca - una punizione incondizionata dell’assistenza al suicidio, senza eccezioni, sembra oggi difficilmente compatibile con l’idea di dignità e di autonomia dell’individuo che si ricava dalla Costituzione.

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