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Dossier Le spoglie di Benedetto e la Storia «riparata»

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Le spoglie di Benedetto e la Storia «riparata»

    La Loira scorre come sempre, pigra e solenne; rive dolci e prati. Germigny porta nel suo nome i prati: se si cerca una traccia durevole di ciò che disgiunge il Medioevo dal Rinascimento è proprio l’entrare nella foresta o l’uscire nella radura. Uno di qui, François Rabelais, lo descrive mirabilmente nel suo Gargantua, al cap. XVI: il re di Numidia (da quell’Africa da cui arrivano sempre prodigi) manda a Grandgousier una giumenta grande come sei elefanti; a Gargantua tocca il compito di portarla a Parigi; questa entra nelle foreste di Orléans (vicino a Germigny) ed è assalita da orribili mosconi e calabroni. Ma a gran colpi della sua enorme coda, «menandola di qui e di là, in lungo e in largo, di su e di giù, abbatté i tronchi come un falciatore l’erba, così che non vi furon più né calabroni né foresta, e tutta la contrada fu trasformata in prati. Gargantua prese un gran diletto nel vedere il fatto e disse ai suoi: “Je trouve beau ce”; per questo da allora il paese si chiama Beauce». Gargantua ripete la formula dell’inizio del mondo: «et vidit Deus quod esset bonum» (Genesi, I) e si entra infatti, in quei luoghi, in un piccolo Eden. Lo stesso abbattere tronchi –la follia di Orlando nel Furioso – diventa con Rabelais l’opera civilizzatrice delle giumente, del latte, dei formaggi, del vino: onore alla Loira…

    L’oratorio carolingio di Germigny fu edificato tra l’ 803 e l’ 806 da Teodulfo, vescovo di Orléans (799-818), ad appena 5 km dal monastero di Saint-Benoît-sur-Loire, di cui egli fu abate. Consigliere di Carlo Magno, e autore – per gran parte – dei Libri carolini, edificò “Basilicam miri operis, instar videlicet eius quae Aquis est constituta” (Acta Sanctorum, 1668), sul modello cioè della Cappella Palatina di Aquisgrana, a sua volta eretta ad imitazione di Santa Sofia a Costantinopoli. Il mosaico absidale: l’Arca dell’Alleanza sorretta da due angeli e protetta da due cherubini, è un documento essenziale, e commovente, dell’arte carolingia: riunisce qui l’Oriente greco-romano e il Nord carolingio. Le grandi basiliche romane musive (Santa Maria in Trastevere, Santa Maria Maggiore etc.) son piene di eternità: ma ciò che conta è che un angelo ti guardi non di lassù, ma – come qui – dal tuo piccolo spazio di uomo.

    Si attraversano altri prati e si arriva a Saint-Benoît-sur-Loire, all’abbazia di Fleury: eretta, nelle forme attuali, tra il 1027 ed il 1108 ospita le reliquie di San Benedetto, che i monaci dell’abbazia ispirati da un sogno dell’abate Mommolin, corsero a salvare in una delle tante e ricorrenti distruzioni di Montecassino – di turno i Longobardi – con quelle di Santa Scolastica, traslate nell’anno 655. Nel X secolo Oddone di Cluny restaura l’abbazia e la dota di uno scriptorium che sarà tra i più importanti di tutto l’Occidente. Nell’XI secolo l’abate Gauzlin innalza la torre-vestibolo, sorretta da colonne i cui capitelli narrano, vividamente, la vita di Maria e di Cristo, la vita di San Benedetto, mestieri e stagioni, passioni e punizioni. Con le figure scolpite del portale della facciata Nord, l’abbazia è un palpitante ritratto della vita medievale: un capitello narra una tentazione di San Benedetto, trascinato da un possente diavolo; un altro, con crudo realismo, la possessione diabolica di una donna; un altro ancora, con schiva grazia umanistica alla Lorenzo Lotto, un angelo in movenze sinuose. L’arte del Medioevo rappresenta tutto perché bisogna redimere tutto!

    La storia umana infatti è quella che è: nella guerra dei Cent’anni le truppe inglesi saccheggiano l’abbazia; nel 1429 vi passa Giovanna d’Arco, poi ancora le guerre di religione. Finalmente il cardinale Richelieu, diviene abate di Saint-Benoît-sur-Loire dal 1621 al 1642, e inizia il ripristino e l’ingrandimento del monastero. Nuova interruzione nel periodo della Rivoluzione francese, ma ora – divenuta patrimonio Unesco dell’umanità –l’abbazia ha ritrovato il suo splendore e i suoi monaci benedettini.

    Imponente, turrita, approdata come un miracolo sulla Loira, unisce in sé, con Germigny, l’estremo sud di Montecassino, il nord di Asquisgrana, l’oriente musivo di Costantinopoli e scende a ovest verso l’Atlantico, lungo le sponde della Loira: ove scorrono il Clos-Lucé (Amboise; vi morirà Leonardo da Vinci nel 1519), i magnifici castelli di Azay-le-Rideau, di Blois, di Chambord, di Cheverny, di Chenonceau, di Loches, di Meung-sur-Loire, di Saumur, di Ussé… Un piccolo centro del mondo, che fa comprendere come Rabelais, nativo di Chinon, vi possa immaginare utopie universali e isolari dispiegati nel Cinquième Livre: Isole Sonanti, Isole di Ferraglie, d’Inganni, dei Cammini, degli Zoccoli, etc. E su tutte spicca, «assisa su pietra antica», Chinon, biblicamente Caïnon, poiché Caino fu il primo «costruttore di città».

    È ormai tardi, e mentre mia figlia guida nella notte verso Parigi, evitando le autostrade del weekend, lungo la D975 per Malesherbes e Étampes, leggo una biografia, comprata a Germigny, di Max Jacob (Quimper, 1876 – Drancy, 5 marzo 1944), amico di Picasso e Apollinaire, di Cocteau e di Modigliani; scrittore, pittore e poeta; alcuni dei suoi versi tratti da Le laboratoire central furono musicati nel 1933 dall’amico Francis Poulenc come cantata per orchestra. Di origini ebraiche, si convertì al cattolicesimo nel 1915; durante l’occupazione nazista, fu costretto a rifugiarsi a Saint-Benoît-sur-Loire: accoglieva gli amici, scriveva, serviva Messa. La sorella Julie-Delphine e il cognato Lucien Lévy, sono imprigionati e muoiono nel 1942. Il fratello Gaston sarà deportato e morirà a Auschwitz nel 1943. L’altra sorella Mirthé-Léa Lévy è deportata e muore nei campi di sterminio nel 1944; anch’egli è catturato il 24 febbraio 1944, all’uscita della Messa, e morirà un mese dopo nel famigerato campo di Drancy.

    La pace dell’abbazia e della Loira s’allontanava sempre più nella tenebra; chiesi a mia figlia di fermarsi: tra poco avremmo imboccato la superstrada per Antony-Porte d’Orléans-Paris. Profondamente turbato, leggo: «Macchia bianca sull’universo / macchia che scende nel petto / e che s’insinua ogni mattina / sino al gorgo delle viscere!»… - «Perché dei versi così, dopo una giornata tanto luminosa?» rimprovera mia figlia; salto dunque alla fine: «Ciò che fai, ciò che dici / ti vela il Paradiso» (Cicatrice divina, da Poesie ultime).

    Forse ha ragione lei; la poesia non catalizza la storia, la medica lentamente, e nomina solo ciò che è degno di permanere. Ecco dunque i versi À la Vierge de Saint-Benoît-sur-Loire: «Portami, barcaiolo ! La mia promessa / donzella Vergine à Saint-Benoît / mi attende in quella nicchia della Chiesa / […] / Altri scriva se è Mommol / o Carlo o Alcuino o qual altro / scultore che ti fece prigioniera / per l’eternità in quella nicchia ! / Basta amare!» Suffit d’aimer!

    E allora anche il paesaggio, i prati e gli abomini, tornano nella loro eternità: «Oh! Quanto vorrei diramare in alto, come un albero. / Oh! Come vorrei impigrirmi come la Loira. / Da tanti secoli l’invisibile è lo stesso: lo riconosco!, soggiunge. E dice il ciottolo, infisso nel sentiero: «Sento lo zoccolo della contadina incinta; è la stessa donna, da tanti secoli!” […] / Quanto si distende questa Loira! Si distende quanto il cielo» (La terra, da Poesie ultime).

    Questa è l’Europa: in un suo piccolo luogo la trovi tutta: San Benedetto e Carlo Magno, la contemplazione e l’impero, il riso di Rabelais, la barbarie dello sterminio; ma ciò che conta, a Saint-Benoît come a Germigny, è la misura perfetta della “riparazione” sulla storia: la quieta maestà della natura, la presenza anonima della mano dell’uomo che si fa eterna.

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