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Addio a Michele Scarponi, uomo d’altri tempi nel ciclismo 2.0

travolto da un furgone in allenamento

Addio a Michele Scarponi, uomo d’altri tempi nel ciclismo 2.0

Fonte: ansa
Fonte: ansa

Si possono dire tante cose di Michele Scarponi, travolto da un camion durante un allenamento alle 8 di mattina, in un sabato che poteva anche dedicare ai suoi due gemelli, alla famiglia e soprattutto a se stesso visto che era appena tornato la sera prima da una corsa, il Tour of des Alpes, in cui aveva anche vinto una tappa. Si possono dire tante cose di Scarponi. Che era un gran lavoratore, innanzitutto. Un lavoratore della bici. Uno che non guarda, alla mattina, se fuori piove o tira vento. Michele era abituato a mettersi in marcia, qualsiasi tempo ci fosse.

Era dal 2002, da quando era professionista, che faceva questa vita. Una vita che a lui piaceva, perché gli piaceva faticare insieme agli altri. E quale miglior posto poteva trovare se non in mezzo al gruppo per realizzare questo sua aspirazione? Un gran lavoratore della bicicletta. Che a 37 anni aveva ancor voglia di mettersi in gioco, di prendere il vento in faccia da capitano nel prossimo Giro d'Italia che partirà da Milano il prossimo 5 maggio. Dopo l'infortunio di Fabio Aru, astro ancora nascente del ciclismo italiano, Scarponi avrebbe dovuto prenderne il posto per guidare l'Astana , il team kazako in cui ha anche corso Vincenzo Nibali.

Scarponi, insomma, avrebbe dovuto di nuovo fare il leader dopo un periodo in cui aveva preferito un ruolo più defilato, un passo indietro al capitano. Non il gregario classico, che ormai non esiste più, ma l'uomo di esperienza che con carisma e mestiere si mette al servizio, senza troppi rimpianti,di chi aspira alla maglia rosa.

Scarponi era così. Pronto a sacrificarsi per i compagni, ma anche pronto ad assumersi le sue responsabilità, se gli tocca farlo. Una volta gregario di lusso, un'altra volta capitano. Michele non si formalizzava. Bastava saperlo, bastava che gli dicessero quale fosse il suo compito.

Anche quando vinse il Giro d'Italia nel 2011, dopo la squalifica per doping di Contador, Scarponi reagì alla sua maniera, mantenendo un profilo basso perché, in cuor suo, doping non doping, sapeva che Contador era fuoriclasse assoluto. Poi anche Michele, aveva avuto dei guai con il doping, in Spagna, e sapeva che nessuno in questo mestiere è un santo..

“Sì, ho vinto, ho conquistato a maglia rosa. Bello, certo…. Ne parliamo quando anche mi daranno i soldi, forse allora realizzerò che ho davvero vinto, che questo Giro è una cosa mia”.

Era fatto così, Scarponi. E piaceva proprio per questo. Perché non se la tirava, perché sapeva ridere quando era il caso di ridere, ed essere serio quando tocca pedalare sul serio. In un ciclismo sempre più scientifico e computerizzato, dove è tutto programmato nei files di allenamento, dove un etto di peso in più cambia la vita, Michele era quello che spariglia il mazzo, che si allena con un pappagallo sulla spalla, che ti spiazza con una battuta demenziale. Sdrammatizzava in un mondo, quello del ciclismo globalizzato, che si prende sempre più sul serio. In queste mega squadre come Sky, la Uae Emirates, la BMC Racing Team, lo spazio per l'improvvisazione è sempre più ridotto. Tutti in fila, come tanti soldatini. Sempre a dire le stesse cose, recitare gli stessi compitini preparati dagli addetti stampa per non inventare scandali, non accendere polemiche.

Ecco, in questo ciclismo 2.0 Michele Scarponi, marchigiano di Jesi, detto “l'Aquila di Filottrano” pr le sue doti di scalatore, era davvero un uomo di altri tempi, un erede di quel ciclismo dei grandi combattenti che non si sono mai tirati indietro, quella stirpe di campioni (da Gimondi a Moser, da Bugno a Pantani, da Cipollini a Chiappucci, da Ballerini a Bettini) che hanno segnato con la loro personalità la storia recente del ciclismo italiano.

Poi Scarponi, diciamolo, non era solo un simpaticone. Quando era il caso, sapeva anche vincere. Oltre al Giro d'Italia del 2011, aveva vinto anche una Tirreno-Adriatico nel 2009. Anche nelle classiche si è sempre distinto, con un secondo posto al Giro di Lombardia e tanti ottimi piazzamenti nelle classiche del Nord.

Finisce qui, per uno stop non rispettato da un camionista distratto, la breve vita di Michele Scarponi. Rappresentante anche nella cattiva sorte di tutti quei ciclisti , campioni e gente comune, che ogni giorno muoiono sulla strada. Un tributo pesante e doloroso. Perché il ciclismo, al di là di ogni retorica, è ancora uno sport dove basta un secondo per essere rimpianti.

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