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Con il commissario debiti «congelati»

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Con il commissario debiti «congelati»

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

Il “no” dei dipendenti Alitalia al referendum sul piano di crisi apre la strada all’amministrazione straordinaria della compagnia aerea. Si tratta della procedura speciale ricavata dal decreto Marzano del 2003 - che servì a “gestire” il crac Parmalat - e rivista esattamente 9 anni fa proprio per salvare la compagnia di bandiera all’epoca dei “capitani coraggiosi”.

In sostanza al Cda di Alitalia, preso atto della impossibilità di continuare la gestione corrente, spetterebbe ora l’iniziativa di chiedere l’ammissione alla procedura, a cui risponderà a strettissimo giro di posta il Presidente del consiglio dei ministri con un proprio decreto di nomina del commissario. Da quel momento l’azienda entra nell’amministrazione straordinaria, che permette di garantire la continuità aziendale in attesa del risanamento in bonis o comunque di un riequilibrio finanziario - che alla luce dei fatti sembra però davvero difficile ipotizzare. L’alternativa al risanamento, raggiungibile anche ovviamente attraverso la cessione sul mercato degli asset appetibili - la legge consente infatti di spezzettare entro certi limiti le attività e il patrimonio - sarebbe nella malaugurata ipotesi la dichiarazione di insolvenza e subito dopo quella del fallimento.

L’ingresso nell’amministrazione straordinaria ha un effetto protettivo immediato: il commissario può infatti sterilizzare tutti i pagamenti non strettamente necessari all’operatività dell’azienda (questo perchè si tratta di un’attività di interesse nazionale) e concentrarsi sulle spese “inevitabili”, dal carburante alle spese aeroportuali agli stipendi dei dipendenti. Unica eccezione ai debiti “congelati” per legge sono i canoni di leasing sugli aerei - affittati dalla società - che devono essere onorati.

Il riequilibrio di cassa, in questo quadro di tutele e deroghe, diventa un obiettivo più facilmente raggiungibile e anche a brevissimo termine, considerato che larga parte del debito pregresso - e non “funzionale” - può essere lasciato al suo destino (che significa gestito con le normali regole del fallimento e delle altre procedure concorsuali, cioè con un riparto “a scalare” sui crediti aperti).

Una volta riportati i conti in equilibrio - per quanto “drogato” dalla sterilizzazione dei crediti - il commissario in un arco temporale «non eccessivamente lungo» dovrà disegnare due possibile scenari. Il primo, se la ristrutturazione finanziaria funziona, è di procedere al concordato con i vecchi creditori e poi ripartire con rinnovato (quanto improbabile) slancio. Il secondo, più verosimile, è di riportare la gestione in equilibrio per provare a mettere sul mercato - ancora una volta - la società vendendo in sostanza un’azienda “ripulita” o alleggerita dal debito storico, che finirebbe di fatto sul binario agonico della procedura concorsuale.

Il terzo scenario, quello a cui nessuno oggi vorrebbe pensare per evidenti motivi, è il fallimento tout court della società, qualora il commissario si renda conto che l’azienda non è risanabile, non è vendibile e non può più far fronte alle obbligazioni, cioè è insolvente.

Tra i salvataggi, o presunti tali, del passato, si possono trarre alcune indicazioni più o meno utili. Nel crac Parmalat, per esempio, che aveva natura esclusivamente finanziaria, il commissario riuscì a ottenere un margine operativo lordo positivo (la differenza tra costi e ricavi nudi). Nel caso di Alitalia/Cai 2008, invece, la crisi, come probabilmente anche oggi, ha salde radici industriali, e pertanto difficili da miracolare con un semplice intervento di contabilità.

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