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Un copione prevedibile per una storia già vista

L'Analisi|dagli anni 90 a oggi

Un copione prevedibile per una storia già vista

A partire dalla fine degli anni '90, con qualche sporadico intervallo, Alitalia ha sistematicamente registrato perdite consistenti (dovrebbero ammontare a circa 600 milioni di euro quelle de 2016). A nulla sembrano valsi gli interventi pubblici di rifinanziamento, i tagli sul personale (peraltro generosamente finanziati dallo Stato), i cambi di management e il soccorso di capitani coraggiosi, la partecipazione a Sky Team e, da ultimo, l'entrata in forze di Etihad. Ora ci risiamo e l'esito negativo del referendum sindacale introduce un elemento dirompente di drammatizzazione.

Dispiace aggiungere che era forse prevedibile. E ancor più dispiace constatare che l'impianto del nuovo piano industriale non è abbastanza dissimile da quelli vecchi. Una ricapitalizzazione sì di due miliardi, che genera cassa per 900 milioni: tanti verrebbe da dire, dati i tempi e le vicissitudini che corrono, ma probabilmente pochi per un rilancio concreto e di ampio respiro. Peraltro l'operazione è in buona parte a carico delle banche (la conversione di crediti in azioni) le quali, arrivate a questo punto, è improbabile siano disposte nel prossimo futuro ad aprire ancora i cordoni della borsa; in altri termini la leva finanziaria così generata sembra modesta. Senza contare la garanzia pubblica attraverso Invitalia, un possibile aiuto di Stato su cui dovrà esprimersi la Ue. Per il resto ci si basa sul taglio del costo del lavoro (in varie forme, circa 1.600 dipendenti in meno e tagli retributivi dell'ordine dell'8%), che dovrebbe incidere per 1/3 del miliardo di euro di risparmi attesi nel 2019, i restanti 2/3 dovendo derivare da altri risparmi “gestionali”. La domanda è: ammesso che questi risparmi siano effettivamente conseguibili, non ci si poteva pensare prima di arrivare a questo punto? Infine si pronosticano investimenti sul lungo raggio, revisione degli accordi in Sky Team.Il problema centrale di Alitalia è quello dei ricavi per passeggero dalla cui forbice scaturisce lo sbilancio del suo conto economico.

La ragione è che Alitalia ancora opera in prevalenza su un mercato di breve o medio raggio dove la concorrenza è fortissima ed è condotta da compagnie rivali che per una serie di ragioni, anche non commendevoli, possono fare prezzi molto più bassi e al tempo stesso guadagnarci su: per loro questo è un mercato ricco, non per Alitalia.Il mercato potenzialmente profittevole, ma da cui l’Alitalia si è nel tempo ritirata, è quello dei voli intercontinentali: più precisamente il segmento business, dove la domanda è molto meno sensibile al prezzo e molto più alla flessibilità dell’offerta, ossia alla possibilità variare le destinazioni o di cambiare all’ultimo momento orari di partenza e di ritorno, e che dunque preferisce servirsi di compagnie che offrono reti più estese di collegamenti e più voli giornalieri sulle medesime destinazioni.

È in grado Alitalia di mettere insieme la massa critica per competere ad armi pari con i grandi carriers internazionali? La risposta è stata no (complice anche l’apertura di un secondo hub a Malpensa) e da momento che non si possono fare le nozze con i fichi secchi la via seguita è stata di fidanzarsi in Sky Team e, più recentemente, con Etihad. Il problema però è che nel dare e avere con gli alleati Alitalia sembra essere stata, non generosa, ma obbligata dalla propria debolezza relativa a cedere loro più di quanto non ne abbia ricevuto. Temo che anche con Etihad la situazione non sia così diversa, anche se quest’ultima di soldi ne ha messi un bel po'; è da vedere però quanto le somme che sembra ancora disposta a versare siano per salvaguardare il proprio investimento in Alitalia o quello nello sviluppo del proprio network – e le due cose non vanno necessariamente insieme.

Qui siamo. Tuttavia nelle ultime settimane la patriottica inclinazione a mettere toppe ha fatto sì che la discussione si sia concentrata sul referendum fra i dipendenti sul piano di riduzione del costo del lavoro, come se – una volta approvato – la strada fosse spianata verso un nuovo glorioso destino.

Temo purtroppo che le cose non stiano così e non solo perché – al momento in cui scrivo – pare che il piano sul lavoro sia stato bocciato dai dipendenti. La questione è dove Alitalia possa trovare risorse finanziarie, forza di mercato, alleanze per imporsi di nuovo come comprimario sui voli di lungo raggio. Anche se le avesse, potrebbe essere ormai troppo tardi, poiché è vero che la domanda cresce ma è anche vero che i suoi concorrenti hanno fatto opera di pre-emption del mercato. Così come dubito che lo scenario dei rapporti di dare e avere con gli alleati possa essere sensibilmente riequilibrato nel contesto del nuovo piano in gestazione.

Considerato il probabile esito negativo del referendum, le considerazioni fatte sembrano ormai inattuali, ma non è del tutto così. A sentire le dichiarazioni del governo, senza accordo l’unica via è l’amministrazione straordinaria ex legge Prodi. Procedura dolorosa che richiede l’intervento del tribunale, la dichiarazione dello stato di insolvenza e soprattutto l’esistenza di prospettive ragionevoli di recupero dell’equilibrio economico finanziario; il tutto preceduto da un periodo di osservazione al termine del quale il tribunale decide se le prospettive di risanamento siano concrete o se si deve andare alla dichiarazione di fallimento. Come potrà Alitalia sopravvivere nel frattempo? La bocciatura del piano non aiuta. E comunque bisogna soddisfare, con il piano di rilancio, le condizioni, finanziarie e di mercato di cui si diceva prima.

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