Impresa & Territori

Dossier L’hi-tech in campo per il vino biologico

    Dossier | N. 5 articoliRapporto Food & Wine

    L’hi-tech in campo per il vino biologico

    Un vigneto sempre più green. Per il proprio futuro, il vino made in Italy sembra aver imboccato in maniera decisa la strada del rispetto ambientale. Ma dietro quella che sembra una singola scelta, in realtà si nascondono più opzioni. Perché una produzione sempre più rispettosa dell’ambiente è di certo innanzitutto un’affermazione di principio, ma non solo. Perché coniugare in maniera virtuosa produzione e qualità dei luoghi significa anche promuovere, ad esempio, la ricettività in azienda e il turismo del vino (che per molte cantine è ormai diventato un vero e proprio business parallelo a quello produttivo).

    Tuttavia, scommettere sulla qualità dei territori e preservarla significa anche produrre vini diversi, che possano incontrare i gusti in continua evoluzione del pubblico, soprattutto di quello internazionale. Ed ecco che una produzione green diventa anche una leva di marketing per incrociare nuovi segmenti di domanda.

    A quest’ultimo capitolo è legata la grande e costante crescita che sta vivendo in Europa (e in Italia in particolare) la produzione vitivinicola biologica. I numeri parlano chiaro. Secondo il Wine Monitor di Nomisma, tra il 2004 e il 2015 i vigneti condotti con metodi biologici sono cresciuti del 295% in Europa e del 280% al mondo. Ma nonostante si affaccino ai metodi bio anche i nuovi paesi produttori, la leadership resta saldamente nelle mani dei vignerons europei, che infatti con 293mila ettari coprono l’88% delle superfici biologiche al mondo. In questo quadro, un ruolo di primo piano lo giocano i produttori italiani che, con 83mila ettari (32mila dei quali in Sicilia, 11.500 in Toscana e quasi 11mila in Puglia), detengono anche il record in Europa per incidenza delle superfici biologiche sul totale: 11,9% contro il 7% che rappresenta la media europea e il 5% che invece è la media mondiale.

    Scelte che sono ampiamente dettate dai trend di mercato. Sempre secondo l’analisi effettuata da Wine Monitor Nomisma, nel 2016 nella grande distribuzione organizzata (Gdo) italiana, le vendite di vino biologico hanno raggiunto un giro d’affari di appena 11,5 milioni, ma con un incremento del 51% rispetto al 2015: dato che va raffrontato con il tiepido +1% fatto registrare dalle vendite di vino in genere sugli scaffali della Gdo italiana. Questa vera e propria “sbornia”, nel mondo, da vino biologico è testimoniata anche dalla crescita delle manifestazioni dedicate. A cominciare da VinitalyBio, lo spazio dei vini biologici e biodinamici nell’ambito del recente Vinitaly di Verona. Per non parlare del consolidamento di manifestazioni come Summa, la cui ventesima edizione si è tenuta a inizio aprile e ha visto il produttore e creatore della manifestazione, Alois Lageder, riunire a Casòn Hirschprunn e Tòr Löwengang in Alto Adige 83 vignaioli e 330 etichette.

    Ma l’attenzione alla qualità dell’ambiente non è solo una leva di differenziazione del prodotto e quindi uno strumento per cercare di rafforzare il valore di un’etichetta. Una sensibilità produttiva “green” declinata in chiave moderna, contrariamente al passato, quando innescava in maniera automatica un innalzamento dei costi produttivi, può rivelarsi ora una strada per ricercare l’efficienza.

    Sostenibilità ambientale ed economica, infatti, devono procedere di pari passo. In sostanza, ridurre il ricorso alla chimica nel vigneto non solo contribuisce a migliorare la salute delle piante e dei terreni e quindi dei prodotti, ma deve anche rappresentare una strada per ridurre i costi produttivi. «La chiave della sostenibilità è l’efficienza – spiega il docente di viticoltura all’Università di Milano, Attilio Scienza -. Attenzione però alle semplificazioni eccessive, non basta semplicemente ridurre diserbanti e concimi. O meglio, ridurli contribuisce di certo a migliorare l’ambiente ma può avere un effetto devastante sui conti dell’azienda viticola. Perché si può anche innalzare il prezzo della singola bottiglia ma se si produce molto meno come volumi complessivi, i vantaggi rischiano di rivelarsi modesti. La sostenibilità quindi passa dall’innovazione e dal contributo che può venire da novità come le varietà di vite resistenti alle malattie (che non sono Ogm ma frutto di incroci in campo viticolo) o ancora dai portainnesti resistenti alla siccità. E poi c’è il capitolo dell’evoluzione dei sistemi di previsioni meteo. È stato da poco lanciato dal vettore italiano Vega il satellite Sentinel 2B, che può lavorare su una scala molto stretta fino a 10 metri quadrati. E questo può consentire di dare informazioni chiave per il vigneto, come il grado di maturazione delle uve, l’umidità dei terreni, temperature delle foglie o del suolo. Tutte informazioni che possono guidare i trattamenti, minimizzandoli, e guidare i tempi di raccolta, migliorando ancora la qualità delle uve».

    © Riproduzione riservata