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Dossier Marx cita Dante nella solenne Treviri, Roma del Nord

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Marx cita Dante nella solenne Treviri, Roma del Nord

    L’appuntamento è a Coblenza: Harald Weinrich, il più raffinato e magnanimo dei comparatisti europei, vi arriva da Colonia; ci troviamo alla confluenza del Reno e della Mosella (il cuore d’Europa) e di lì risalgo con lui in battello attraverso i luoghi cantati da Ausonio, al declinare dell’impero romano; colline e vigneti, anse e borghi, campanili e vie ciclabili.

    Parliamo di grandi maestri: Curtius, Lausberg, Gadamer, Blumenberg, ma anche della Germania d’oggi, non più bina, ma quadripartita nella sua storia: il Palatinato romano che stiamo attraversando, le città anseatiche al nord, la Baviera al sud, la grande Prussia di Berlino, che sta avanzando.

    Treviri ci accoglie dopo qualche ora, nobile e imperiale: è l’Augusta Treverorum della quale già parla Tacito (Historiae, IV). Di Roma ha ancora vestigia imponenti: la Porta Nigra, l’anfiteatro, il ponte romano sulla Mosella, le Terme, nonché la Basilica palatina, poiché Costantino ebbe a risiedervi all’inizio del IV secolo, patrimonio Unesco dell’umanità, fiancheggiata dall’imponente Palazzo del principe Elettore.

    È una Roma del Nord, raccolta e raffinata (basterebbe contemplare l’elegante rilievo di Amore e Psiche), capitale della Gallia belgica, e poi della Tetrarchia, con Milano, Sirmio [Sremska Mitrovica in Serbia] e Nicomedia; fiorente nel Medioevo con la sua Liebfrauenkirche. Come tutte le città di confine, fu nei secoli contesa; fu francese e prussiana, ma conserva la sua caratura romana: vi nacque sant’Ambrogio, e sant’Emidio, patrono di Ascoli Piceno.

    Arieggia un profumo tutto italiano: anche il severo Karl Marx, nativo di Treviri, si concede spesso, nelle Lettere, formule che vengono dalla memoria mozartiana: il più volte ripetuto, in italiano, «tutti quanti» è distico del Don Giovanni, ch’egli volgerà al serioso: «È aperto a tutti quanti / Viva la libertà» (atto I, scena 22). Egli stesso, di origini ebraiche, si firmava nelle lettere a Jenny von Westphalen, la colta e coraggiosa moglie, «il tuo Moro», ricordo forse del Mercante di Venezia.

    Giorgio Pressburger nel suo Orologio di Monaco (memoriale autobiografico, e anche film di Mauro Caputo, 2014), in uscita in questi giorni da Marsilio, dedica un capitolo al Marx di Treviri («Cercando Marx»), e al delicato passaggio sociale del padre Hirsch-Heinrich Marx dalla tradizione rabbinica a quella riformata, descritto in pagine meditanti e severe.

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    Ma la Treviri che rimane nella nostra memoria è nel manipolo delle lettere a Jenny, in particolare quella, scritta dall’ «Hôtel de Venise», del 15 dicembre 1863, ove trasmette alla moglie (a Londra) l’eco di quella sua «principessa incantata» che aveva affascinato tutta la città; o ancora quella (da Manchester) del 21 giugno 1856, a Jenny in Treviri, che si apre con «Cuore mio diletto» e fa sfoggio della citazione dei Tristia di Ovidio, e di ostentate dichiarazione d’amore: «Grandi passioni, che a causa della prossimità del loro oggetto d’amore prendono la forma di piccole abitudini, crescono e riprendono le loro dimensioni naturali, per l’azione magica della lontananza. […] Il mio amore per te, da quando sei lontana, appare per ciò che è, come un gigante nel quale si concentra tutta l’energia del mio spirito e tutto il carattere del mio cuore». Formule che parrebbero enfatiche, ma che trovano struggente riscontro nel Breve schizzo di una vita movimentata che Jenny redasse, piena di ritegno, nel 1865, percorrendo le dolorose vicende di una vita sempre in fuga, rigata dalla malattia e dalla morte di molti dei figli, e insieme appassionata e lucida sul fervore del marito rivoluzionario e sulla fine dei moti europei del 1848.

    Da un caffè dell’Hauptmarkt, piazza frastagliata e gioiosa di tetti e colori, ripenso al Marx di Treviri, a quanto di italiano ci sia anche nel Capitale, alla splendida citazione di Dante che chiude, nella nostra lingua, la «Prefazione» alla I edizione: «Segui il tuo corso e lascia dir le genti», all’altra «Prefazione» di Engels che apre il III libro del Capitale: «L’Italia è il paese della classicità. Dalla grande epoca in cui apparve sul suo orizzonte l’alba della civiltà moderna, essa ha prodotto grandiosi caratteri, di classica ineguagliata perfezione, da Dante a Garibaldi». Marx, il “Moro”, si specchiava in quei «grandiosi caratteri» della scena del mondo (mentre da noi Dante era tagliuzzato sul tavolo anatomico di una stenta laicità).

    Si avvicinano ora i due centenari: per il bicentenario di Marx, nel 2018, la Cina ha forgiato un colosso di oltre sei metri da collocare nella città che gli ha dato i natali; sembra che l’amministrazione comunale sia d’accordo, molto meno i cittadini; forse varrebbe la pena di ricordare la sequenza iniziale, solenne e funebre, dello «Sguardo di Ulisse» di Theo Angelopoulos, 1995, con quell’immensa statua di Lenin che discende, sezionata e supina, il fiume della storia.

    Ma anche per Dante, 2021, bisognerebbe evitare statue e mausolei, e invece leggerlo quotidianamente come misura costante dei nostri saperi, come faceva Marx, il quale per spiegare il rapporto tra merce e moneta, citava semplicemente, in italiano, il San Pietro del Paradiso: «[…] Assai bene è trascorsa / D’esta moneta già la lega e il peso / Ma dimmi se tu l’hai nella tua borsa» (Pd., XXIV, 83-85; e Il Capitale, I, 1: Merce e denaro).

    Attraverso la piazza – pensando se davvero “ho nella borsa” il senso di Treviri – ed entro in san Gengolfo (chiesa non meno imponente di quella omonima di Bamberga), con il suo mirabile organo. Mi viene in mente che è di qui la leggenda musicale di Genoveffa (e del conte di Treviri, Sigfrido), da cui la «Genoinda», 1641, di Giulio Rospigliosi, poi papa Clemente IX (dal 1667 al 1669), anch’essa appassionata: «A chi ama davvero, / Sembra, Sifrido, anch’un momento, eterno» (I, 1). Entro e ci sono le prove di una composizione sacra dall’ampio organico: osservo la locandina, si tratta dell’oratorio «Amor Deus» di Heinz Martin Lonquich (Treviri, appunto, 1937-2014, padre del pianista Alexander Lonquich), il più importante compositore contemporaneo di musica sacra, vincitore della prestigiosa «Orlando di Lasso Medaille», come più tardi Arvo Pärt. Una coralità di timbri e di voci, di arcate del tempo, di umani aneliti, sale nella possente navata; comprendo che non c’è vera durata se non «raccoglie / svettante a tenda» (direbbe Paul Celan) le generazioni dell’uomo: qui nella magia di suono, di flussi storici, che è Trier, Treviri, Trèves.

    Quest’ultimo è il nome francese della città e anche il cognome, toponimo, di una serie di famiglie ebraiche, i Treves, che hanno dato all’Italia, tra gli altri Piero Treves (1911-1992), il cui Demostene e la libertà greca, 1933, fu un esemplare modello di ricerca e una ferma testimonianza antifascista: «Nel tempio di Poseidone, a Calauria, Demostene ebbe nel veleno del suo stilo l’ultima arma di libertà. E, dopo aver combattuto in ogni sua ora per essere libero, volle, almeno, poiché viver da libero più non poteva, farsi libero nella morte».

    Lascio la città a sera, saluto Harald Weinrich passando un’ultima volta dalla Römerstrasse (traccia ancora della romana via Agrippa), ov’erano i Westphalen, la famiglia di Jenny Marx: cimento di passioni, Treviri, perché non adempi, ancora una volta, «tutti quanti» i nostri sogni di giustizia?

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