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Chi è Gianni Fava, l’ultimo dei bossiani che sfida Salvini

LE pRIMARIE della lega

Chi è Gianni Fava, l’ultimo dei bossiani che sfida Salvini

(Ansa)
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Antilepenista, nordista, quasi europeista. Sono i tratti distintivi di Gianni Fava, lo sfidante di Matteo Salvini alle primarie della Lega Nord di domenica in vista del congresso federale del 21 maggio. Fava ha potuto festeggiare il suo 49esimo compleanno con la non scontata impresa delle mille firme raccolte per candidarsi. Un traguardo che permette ai leghisti di celebrare un congresso con almeno due candidati. «La mia non è una testimonianza, ma una partecipazione attiva alla vita e al dibattito del movimento» ci ha tenuto a precisare Fava, mantovano, due legislature alle spalle e una terza lasciata dopo pochi mesi per assumere l’incarico di assessore all’Agricoltura nella giunta della Lombardia guidata da Roberto Maroni. Certo, i numeri non sono dalla sua parte (per avere un’idea dei rapporti di forza: Salvini ha raccolto 6.862 firme) ma le sue posizioni, dice, piacciono a quei leghisti «disorientati e stanchi» dalle scelte del segretario uscente che “snatura” la Lega per farne un movimento nazionale schierato con la destra antieuropea. Una posizione minoritaria che però, alla luce del risultato francese con il fallimento di Le Pen, appare di colpo meno passatista.

Per Fava, che ama definirsi «spirito libero e liberal», il punto di riferimento resta il fondatore del Carroccio, Umberto Bossi, simbolo del leghismo «autentico e originario» (e che lo ha aiutato a raccogliere le firme benché non abbia fatto un autentico endorsement). Quello che, se avesse votato in Francia, non avrebbe mai scelto il Front National, erede di «fascisti che andavano davvero a scoperchiare le tombe degli ebrei». «Non siamo né di destra né di sinistra – riassume Fava citando proprio il Senatùr degli esordi – ma al di sopra, al Nord» e «non vogliamo diventare uno strapuntino di estrema destra lepenista». Il Carroccio è altro e «deve continuare a essere il sindacato del Nord».

“Non vogliamo diventare uno strapuntino di estrema destra lepenista”

LA LINEA ANTI-SALVINI 

Il “nemico” perciò non è Bruxelles, semmai ancora la Capitale: «Io resto convinto che Roma sia la più avanzata capitale del Nord Africa. Milano una delle capitali più avanzate dell’Europa» riassume Fava con una battuta che riecheggia lo slogan di «Roma ladrona» con cui la Lega sbarcò in Parlamento. L’articolo 1 dello Statuto leghista non si tocca: la Lega «ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana». Per questo la battaglia da combattere per l’anti-Salvini non è quella contro la moneta unica («la maggior parte degli imprenditori non è affatto convinta dell’uscita dall’euro» e «non ho alcun rimpianto dell’italica liretta») ma piuttosto quella del referendum autonomista della Lombardia in programma per il 22 ottobre, «l’appuntamento politico più importante degli ultimi trenta anni». «La Lombardia - tuona Fava - è stanca di cedere 54 miliardi all’anno a uno Stato inefficiente e improduttivo». Insomma, la cara vecchia questione settentrionale non passa di moda.

“Non ho alcun rimpianto dell’italica liretta”

CONTRO LA CAMPAGNA NO EURO 

Eterodosso rispetto alla linea del segretario in carica ma anche nei confronti del leghismo comunemente inteso, Fava si è dimostrato pure sui temi etici: nel 2014 si fece notare per la proposta via Twitter di liberalizzare la cannabis. Una posizione stroncata dai vertici leghisti e dalla quale prese le distanze anche Maroni, dopo un’iniziale approvazione. Ma critico Fava è stato pure ai tempi della martellante campagna del quotidiano leghista La Padania contro Cécile Kyenge, arrivata fino alla pubblicazione dell’agenda degli appuntamenti del ministro (di origini congolesi) per l’Integrazione del Governo Letta. «Esiste un tema – disse – quello dell’immigrazione, ma non credo che si risolva con il folklore attaccando un singolo soggetto con il rischio di essere giudicati razzisti». Ogni riferimento a Salvini non era casuale.

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