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Lavoro, verso la contrattazione aziendale

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Lavoro, verso la contrattazione aziendale

  • –Marco Moussanet

Una volta chiarito definitivamente lo scenario politico, e nell’ipotesi che Emmanuel Macron ottenga alle legislative di metà giugno una maggioranza parlamentare che lo sostiene (evitando cioè la coabitazione, che rimescolerebbe completamente le carte in tavola), le prime iniziative del nuovo presidente riguarderanno tre aspetti del suo programma: la riforma del codice del lavoro, la semplificazione per le imprese e la moralizzazione della vita pubblica.

Tre fronti sui quali Macron intende agire molto rapidamente, ricorrendo – almeno per quanto riguarda i primi due – allo strumento del decreto. Anche per questo ha bisogno di poter contare su una maggioranza assoluta o quantomeno, in caso di coalizione, sufficientemente coesa. L’articolo 38 della Costituzione prevede infatti che per utilizzare i decreti – di immediata attuazione, salvo successiva approvazione parlamentare – il Governo deve ottenere dall’Assemblée nationale (la nostra Camera dei deputati) il disco verde a una legge di “abilitazione” preventiva.

Lavoro

Si tratta, secondo Macron, del dossier più urgente. L’obiettivo è quello di delegare ai negoziati a livello di impresa (e solo qualora si rivelasse impossibile a livello di categoria) le decisioni sull’organizzazione del lavoro, sull’orario e sulla flessibilità delle retribuzioni. Con accordi – com’è per esempio avvenuto alla Smart di Hambach – che possono essere peggiorativi rispetto al quadro nazionale. In sostanza, pur conservando la durata legale dell’orario settimanale a 35 ore (al di là delle quali scatta la compensazione straordinaria), ogni azienda avrà la possibilità di negoziare orari di tipo diverso (facendo per esempio partire gli straordinari dalla 37ma o dalla 39ma ora), magari a fronte di specifiche situazioni congiunturali. In parte questa inversione della gerarchia contrattuale è già possibile con la cosiddetta “legge El Khomri”, sulla quale c’è stato un duro scontro sociale l’anno scorso. Ma Macron intende andare più in là: qualora l’intesa dovesse ottenere consensi pari ad almeno il 30% delle sigle sindacali, ma non la maggioranza, anche il datore di lavoro (e non solo i sindacati, come oggi) potrà organizzare un referendum dal risultato vincolante.

Il neo-presidente intende inoltre fissare dei tetti alle indennità di licenziamento in caso di contenzioso, che oggi sono lasciate alla discrezionalità dei giudici del lavoro. In modo da dare maggiori certezze agli imprenditori, soprattutto quelli medi e piccoli, e superare le diffuse resistenze alla stipula di contratti a tempo indeterminato. I tetti erano già previsti nella legge di liberalizzazione stilata proprio da Macron nel 2015, quando era ministro dell’Economia, ma con una formulazione che era stata bocciata dal Consiglio costituzionale. Ripresi nella legge El Khomri, erano stati stralciati per evitare tensioni con le organizzazioni sindacali.

Su entrambi i temi, Macron prevede un rapido confronto già a fine giugno con le parti sociali, per poi sollecitare la Camera a inizio luglio. Ma i principali sindacati hanno già espresso la loro opposizione, minacciando scioperi e manifestazioni. Sarà il primo banco di prova per il nuovo presidente.

Sull’altro piatto della stessa bilancia, Macron prevede una riforma del sistema di indennità di disoccupazione. Consentendone l’accesso anche ai lavoratori indipendenti e, ogni cinque anni, ai dipendenti che si dimettono per cercare un’alternativa professionale.

Semplificazione

Accogliendo le richieste pressanti che da tempo arrivano dal mondo dell’impresa, Macron annuncia una legge sul “diritto all’errore”, ovviamente nel caso di errori formali e che non rientrino nell’ambito del penale. In sostanza sarà l’amministrazione – qualunque essa sia – a dover dimostrare che da parte dell’imprenditore ci sia stata intenzionalità o comunque malafede nel commettere un errore in una qualsiasi procedura amministrativa. In caso contrario non ci sarà sanzione.

Macron promette inoltre una sospensione del cosiddetto «conto personale di prevenzione del lavoro particolarmente faticoso», vera bestia nera per le aziende, in particolare quelle di dimensioni minori. La legge attualmente in vigore prevede l’obbligo per le imprese di segnalare i dipendenti esposti a una dozzina di fattori di rischio, per consentire loro di acquisire il diritto a una pensione anticipata. Un ulteriore onere amministrativo che molte aziende ritengono troppo complicato e impegnativo.

Moralizzazione

È il terzo punto del programma sul quale Macron vuole agire rapidamente. Con una legge che vieti ai parlamentari la possibilità di retribuire dei familiari (sull’onda del “caso Fillon”) e di avere attività di consulenza durante il mandato elettivo (altro aspetto emerso proprio con l’affaire Fillon). Il presidente intende inoltre far sì che l’intera remunerazione dei parlamentari sia oggetto di una dichiarazione fiscale, compresa l’indennità per «spese di mandato» che attualmente non lo è. Quindi non impone la presentazione di fatture giustificative e non consente di fatto alcun controllo su eventuali abusi.

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