Italia

Accoglienza, le cosche nel Cara. Minniti: ora contratti al setaccio

migranti

Accoglienza, le cosche nel Cara. Minniti: ora contratti al setaccio

L’inchiesta della procura di Catanzaro sul Cara (centro accoglienza richiedenti asilo) di Isola Capo Rizzuto - 68 fermi e l’ipotesi che 36 milioni dei 105 destinati dallo Stato siano finiti alla cosca Arena - piomba nelle stanze del Viminale mentre il ministro Marco Minniti è volato a Tripoli, rientrato a Roma in serata. Stamattina il responsabile dell’Interno farà un lungo incontro con i suoi tecnici. Lo snodo politico della verifica di Minniti è se definire il caso di Capo Rizzuto, per quanto gravissimo, un fatto isolato oppure no. Certo su quel Cara la magistratura indaga da molti anni - i fatti risalgono al 2004 - e solo ora riesce a chiudere grazie alla determinazione del procuratore Nicola Gratteri. E il Viminale ha irrobustito proprio con l’attuale ministro le azioni di prevenzione contro le infiltrazioni criminali nel settore immigrazione. Con una normativa sugli appalti per l’accoglienza più aderente alle indicazioni del presidente dell’Anac (autorità anticorruzione), Raffaele Cantone, e un piano di ispezioni straordinarie. Ma forse non basta.

Al dicastero dell’Interno, insomma, il doppio livello di valutazione - tecnico e politico - deve accertare la risposta da calibrare sul caso del Cara di Crotone. La ricognizione in atto, sia sugli atti giudiziari resi pubblici sia sui documenti a disposizione del ministero dell’Interno, dovrà verificare quanto il rischio dell’infiltrazione malavitosa sia più ampio di quello del caso di Crotone. Anche il capo della Procura di Catania, Carmelo Zuccaro, lo ha ipotizzato. Il clamore politico scatenato dalle opposizioni è assordante: Lega all’attacco, M5S, Nicola Fratoianni (Si) e Pippo Civati (Possibile) chiedono le dimissioni del titolare degli Esteri, Angelino Alfano, perché fotografato con l’imprenditore Leonardo Sacco arrestato ieri. Alfano reagisce - «ho fatto migliaia di foto» e replica: «Dei M5S non mi curo, chi è guidato da un condannato dovrebbe avere rispetto per gli incensurati».

L’inchiesta del procuratore Gratteri è così una criticità per il governo guidato da Paolo Gentiloni. E la controffensiva di Minniti diventa a questo punto strategica. Se fosse necessario, può spingersi fino a chiedere una verifica su tutti i contratti in essere per l’accoglienza. Con l’avvertenza, scontata ma non troppo, che il Viminale non ha gli strumenti invasivi a disposizione degli inquirenti come intercettazioni o perquisizioni. Ma in linea con quell’approccio «securitario» che contraddistingue Minniti. Un clima rafforzato da una sentenza della Cassazione che ha condannato un indiano sikh che voleva circolare con un coltello “sacro” secondo i precetti della sua religione: gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno «l’obbligo» di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso «di stabilirsi» scrive la Suprema Corte.

Ieri Minniti era a Tripoli. Ha voluto essere presente, insieme al segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, e all’ambasciatore Giuseppe Perrone, alla cerimonia di consegna alla Guardia costiera delle prime quattro motovedette inviate dall’Italia. Entro giugno, secondo gli accordi, le unità dovrebbero diventare dieci. Alla cerimonia hanno partecipato fra gli altri il ministro della Difesa libico, Al-Mahdi Al-Barghathi, e quello dell’Interno, Al-Aref Khodja. Minniti ha incontrato anche il primo ministro Fayez al Sarraj e il numero due Abdulsalam Kajman. L’incontro è un nuovo impulso alla collaborazione e all’impegno reciproco. Anche se nessuno si nasconde come la strada sia molto lunga e incerta. La presenza di Minniti al varo delle prime motovedette è un riconoscimento e un incentivo all’impegno libico nel pattugliamento delle acque territoriali.

Ma oltre alla costa ci sono altri due livelli di intervento altrettanto se non più importanti: per evitare l’esodo in massa dei migranti atteso ogni giorno dai trafficanti in pieno business. Il ministro italiano, così, ha sollecitato un impegno al controllo del territorio nell’area centrale della Libia. Può ridurre, se ci sono le condizioni, la disinvoltura d’azione delle organizzazioni per la tratta di esseri umani. La stessa Libia, poi, si aspetta un intervento dell’Unione europea ai confini sud. Già sollecitato da Minniti e il collega tedesco De Maiziere in una lettera congiuta a Bruxelles. L’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, del resto, è già al lavoro da tempo su questo fronte. Azione non semplice da mettere in piedi. Ma se costruita in termini efficaci potrebbe rivelarsi decisiva.

© Riproduzione riservata