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Conti pubblici e riforme, la stagione della verità

L'Editoriale|il caso italiano

Conti pubblici e riforme, la stagione della verità

Tra la complessa caccia alle risorse per una manovra autunnale, che parte già con una dote non inferiore ai 20 miliardi, e la ricerca di nuovi margini di flessibilità sul deficit da spuntare in sede europea, il Governo prova a riannodare le fila di un’intesa politica preliminare in grado di rendere meno oneroso il conto della prossima manovra. Una partita tutta da giocare, che vedrà nel giudizio della Commissione europea sui conti del nostro paese in arrivo questa settimana un nuovo, delicato passaggio.

Come mostra il confronto tra i documenti programmatici di Italia, Francia, Germania e Spagna, che convergono sulla necessità di spingere in direzione della crescita, declinata in vario modo a seconda del contesto delle singole economie, la rotta per noi è impervia e passa attraverso alcuni passaggi decisamente impegnativi: sfruttare l’onda lunga della vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi per aprire una breccia sul fronte dell’attuale disciplina di bilancio, e far fronte alla preoccupazione (che va riemergendo tra le capitali europee e a Bruxelles) che le prossime elezioni non garantiscano la governabilità, esponendo con ciò l’intera eurozona a un ritorno del rischio Italia sui mercati.

I giochi si decideranno da qui alle elezioni tedesche del 24 settembre. In particolare, il Pd spinge per verificare se il “restyling” del Fiscal compact in programma per fine anno, quando si discuterà se e come inserirlo nei Trattati, possa aprire la strada a una revisione dell’impianto costruito negli anni della crisi attorno al totem dell’ortodossia rigorista imposta dalla Germania.

L’idea lanciata dal sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, nell’intervista dello scorso 9 maggio al Sole 24 Ore («Torniamo ai criteri di Maastricht e rivediamo tutto quel che è stato aggiunto dopo»), rilanciata da Tommaso Nannicini, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ora consigliere economico del Pd, può aprire qualche breccia.

Dall’altro lato, il tentativo è di verificare sul campo, grazie all’auspicato assenso della Francia, se si potrà effettivamente rivedere il criterio di calcolo del cosiddetto output gap. Fondamentale passaggio per noi, perché è proprio nello scarto tra Pil potenziale e Pil reale che viene misurato il parametro del deficit strutturale, con relativo obbligo di ridurne l’ammontare di almeno lo 0,5% ogni anno fino al raggiungimento del pareggio di bilancio.

Senza il via libera di Parigi e Berlino non se ne farà nulla, su entrambi i fronti. Non resterebbe allora che ripercorrere la strada di una nuova, defatigante trattativa con Bruxelles per spostare l’asticella del deficit nominale del 2018 dall’1,2% indicato nel Def almeno nei dintorni dell’1,8/2 per cento. Tentativo che potrebbe anche camminare in parallelo con le altre due variabili in campo.

In tal modo, le risorse necessarie a evitare l’aumento dell’Iva, pronto a scattare dal prossimo anno per effetto delle clausole di salvaguardia già inserite nei saldi di finanza pubblica (ne restano da disinnescare per oltre 15 miliardi), potrebbero essere ricavate attraverso l’incremento del deficit, che comunque resterebbe ampiamente sotto la soglia limite del 3% del Pil.

In caso di esito negativo della trattativa, quella che si prospetta è una sorta di missione impossibile: finanziare l’intera manovra, compresi dunque gli interventi di politica economica veri e propri diretti a sostenere la crescita, attraverso un mix di tagli alla spesa e aumenti del prelievo. Opzione impercorribile a pochi mesi (se non a ridosso) delle elezioni. Matteo Renzi ha già posto alcuni paletti invalicabili, e tra questi rientra il netto rifiuto a qualsivoglia aument0 della pressione fiscale. Il punto è che senza una nuova dose di flessibilità europea, declinata in vario modo, potrebbe essere proprio la manovra del 2018 a decretare nei fatti la fine anticipata della legislatura.

Ecco perché occorre da subito cominciare a tessere la tela delle alleanze politiche sulla rotta Berlino-Parigi, in direzione di Bruxelles. Un’occasione da non sprecare, se effettivamente con l’elezione di Macron il vento comincerà a girare verso una nuova stagione all’insegna delle politiche per la crescita. Il resto dovremmo realizzarlo in casa nostra, con riforme incisive e coraggiose in grado di garantire tassi di sviluppo ben più sostenuti di quelli conseguiti finora.

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