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Banda larga, 4 miliardi di investimenti ma siamo ultimi in Ue

DIGITAL DIVIDE

Banda larga, 4 miliardi di investimenti ma siamo ultimi in Ue

Dieci anni di piani, comitati e risorse pubbliche - 4 miliardi tra somme già spese e impegnate - non sono bastati a staccare l’Italia dalle retrovie europee della banda larga. Nel 2017 si può idealmente celebrare il decennale delle politiche anti «digital divide»: nel 2007 nacque il Comitato interministeriale per la banda larga, si avviarono i Patti territoriali con le Regioni e l’anno dopo per la prima volta in una Finanziaria furono appostati fondi (800 milioni) per realizzare infrastrutture e favorire la domanda. Lo sforzo non sembra però essere stato ripagato in termini di risultati e l’Italia appare in ritardo rispetto alla media Ue in quasi tutti gli indicatori (fatta eccezione per il web mobile), ancorata ad esempio a un 34,9% di persone che non usano internet regolarmente (fonte Istat) e al 55% di famiglie abbonate alla larga fissa, dato più basso d’Europa (fonte Libro bianco EY). Abbiamo investito sulle reti ma non è bastato per recuperare un gap che la maggior parte degli esperti attribuisce a una domanda ancora inespressa, per fattori culturali ed economici come la bassa alfabetizzazione informatica della popolazione e la preponderanza di microimprese.

Le politiche pubbliche
Fino al 2014, anno in cui il governo Letta rinnovò l’attenzione sul tema con il Rapporto Caio, tra risorse nazionali e comunitarie/regionali furono messi in campo poco più di 1,1 miliardi (800 con regia nazionale e 350 gestiti dalle

Regioni) che hanno prodotto 11mila chilometri di fibra ottica pubblica puntando ad annullare il digital divide di base. Nel 2015, l’esecutivo Renzi rilancia con una nuova Strategia che guarda ai 30 e ai 100 megabit e fissa il fabbisogno in 12 miliardi, di cui 7 pubblici e 5 privati. Di quei 7 miliardi, circa 3 sono stati sbloccati un anno fa da un accordo Stato-Regioni e sono andati a finanziare le gare gestite dalla società pubblica Infratel (la prima già assegnata a Open Fiber, la seconda in fase di aggiudicazione, la terza programmata). Altri 3,8 miliardi si concretizzeranno dopo aver discusso con la Ue di nuove misure per le aree “grigie” e “nere” (quelle non a fallimento di mercato) ricche di imprese ed industrie.

Il ritardo
Nel “mobile” inanelliamo primati, con copertura della popolazione in tecnologia 4G arrivata al 98% a fine 2016. Ma è il fisso a tormentarci. A dieci anni dalle prime vere politiche pubbliche di settore, risultiamo un Paese ancora poco connesso (24esimi su 28 nella classifica Desi stilata dalla Commissione Ue). Abbiamo una copertura di banda larga di base adeguata, praticamente al 100% della popolazione , ma rincorriamo con affanno su effettivi accessi ed utilizzo e sulla copertura della banda ultralarga (velocità oltre 30 megabit/secondo). La percentuale delle famiglie abbonate alla banda larga di base su rete fissa è in

risalita, al 55% (16 milioni gli accessi totali), ma resta la più bassa della Ue, e la quota di abbonamenti ultra broadband è ferma al 12% sul totale degli abbonamenti per internet veloce contro la media europea del 37%. In quest’ultimo campo, c’è da dire che l’accelerazione si vede in termini di copertura: nel suo Libro bianco sul digital divide EY stima che su rete fissa siamo al 63% della popolazione e abbiamo più che raddoppiato il dato del 2015. Ma è anche vero che cablare un edificio non significa convincere le famiglie ad abbonarsi: secondo l’ultima relazione dell’Authority tlc, gli accessi oltre i 30 megabit si fermavano al 2,4% della popolazione e al 5,5% delle famiglie.

Il gap generazionale
La stessa Authority prova a dare una spiegazione a partire da fattori socio-culturali e demografici. L’88% delle famiglie in cui c’è almeno un minorenne dispone di connessione a banda larga (fissa e mobile) ma la percentuale è appena il 18% nelle famiglie con over 65. Al tempo stesso, siamo all’89% nelle famiglie con almeno un componente laureato, valore che scende al 51,7% nei nuclei in cui il titolo di studio più elevato è la licenza media. Un problema di alfabetizzazione informatica solo parzialmente risolto in questo decennio, visto che le persone che non usano il pc sono ancora il 41,9% (55,6% nel 2007, fonte Istat).

Il salto verso l’ultrabroadband
Ma non può bastare. C’è anche un tema di offerta, perché ad esempio è innegabile che se anche l’Italia avesse sviluppato la tv via cavo non saremmo a questo punto. E ha il suo peso la struttura delle imprese: gli accessi “business” a banda larga sono 2,8 milioni (erano 2,6 milioni nel 2011) ma siamo ancora tra gli ultimi quando c’è da misurare l’utilizzo della rete per vendere online: 7,4% delle Pmi contro una media europea del 17,2% alimentata da imprese mediamente più grandi. E come se non bastasse appare molto complesso, sentenzia il Libro bianco EY, anche il salto verso l’ultrabroadband: nelle 11.376 zone industriali censite la copertura fissa si ferma al 22%, quasi un terzo del dato medio del Paese, e il 13% è addirittura privo di banda larga di base. Si può facilmente intuire perché, in epoca di Industria 4.0, ci sia grande attesa per la nuova fase del Piano governativo da negoziare con la Commissione europea.

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