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Dossier La modernizzazione dell’India chiama le macchine made in Italy

    Dossier | N. 3 articoliRapporto Meccanica & automazione

    La modernizzazione dell’India chiama le macchine made in Italy

    In un anno, il 2016, che ha visto le importazioni indiane scendere nel complesso di circa il 9%, e quelle dall’Italia diminuire del 2,1%, la meccanica strumentale italiana ha saputo mettere a segno un incremento delle esportazioni in India del 3%, raggiungendo quota 1.326 milioni di euro, pari al 41% di tutto il made in Italy sbarcato nel Subcontinente lo scorso anno. Un dato tanto più significativo, sottolinea Alessandro Terzulli, chief economist di Sace, «se si tiene presente che si tratta di una quota doppia rispetto a quella dell’export della meccanica strumentale sul totale dell’export italiano nel mondo, che è pari al 20%».

    «L’India - afferma Francesco Pensabene, coordinatore per l’India dell’Agenzia Ice - cresce più velocemente di quanto si pensi nei settori ad alto contenuto tecnologico. Settori nei quali la meccanica italiana può mettere sul tavolo, oltre alla tecnologia, versatilità del prodotto e design». Con un vantaggio comparato nei confronti dei concorrenti.

    Sempre nel 2016, l’Italia si è piazzata al quinto posto tra gli esportatori di macchinari in India, con una quota prossima al 6%. Ma è il primo fornitore di macchine per la lavorazione della pelle (con una quota del 39%). E si piazza al secondo posto per le macchine tessili, per la lavorazione del legno e per quella del marmo e della ceramica.

    Nonostante le complessità del Paese, i margini di crescita, secondo Terzulli, sono ampi: «La nostra meccanica strumentale - afferma - è in una posizione privilegiata per intercettare le opportunità che si stanno aprendo in India con il ciclo macroeconomico di crescita sostenuta e con il progetto Make in India, che punta a potenziare la capacità produttiva del Paese». Nel settore delle macchine utensili, la produzione locale soddisfa meno della metà della domanda interna e l’Italia è il quarto esportatore in India, con una quota di mercato dell’11%.

    A trainare l’export italiano sono i “macchinari per impieghi speciali”, vale a dire i macchinari progettati e adattati alle particolari esigenze del cliente, «sui quali - sottolinea Terzulli - le nostre imprese hanno un chiaro vantaggio competitivo. Sono prodotti che non sono a buon mercato, ma che sono apprezzati perché ritenuti di qualità elevata e quindi gli importatori sono disposti a pagare qualcosa in più per averli». L’export in India in questo segmento nel 2016 è aumentato del 10%, a fronte di un calo del 14% dei “macchinari per impiego generale”, quelli standardizzati, dove la concorrenza di prezzo è più forte.

    All’interno del settore dei macchinari per impieghi speciali, si segnalano i risultati ottenuti nei segmenti dei macchinari per il settore estrattivo (+77% l’export nel Subcontinente nel 2016), su cui l’India punta molto, di quelli per l’industria delle materie plastiche e della gomma (+40%) e di quelli per la trasformazione dei prodotti alimentari (+17%). Male invece i macchinari per la metallurgia (-56%), che hanno risentito delle sofferenze del settore dell’acciaio.

    Per affrontare in maniera adeguata il mercato indiano, sottolinea ancora Pensabene, bisogna valutare con cura l’aspetto della distribuzione e dedicare grande attenzione alla ricerca di un partner locale. E poi bisogna tenere d’occhio la concorrenza internazionale, che soprattutto da parte delle aziende cinesi, «si sta facendo sempre più aggressiva», specie in alcuni settori, come quello delle macchine per la lavorazione delle pelli e il comparto delle macchine per la produzione di calzature. Questo deve spingere le imprese che operano in settori “maturi” per l’Italia a non abbassare la guardia e a continuare a sviluppare la propria penetrazione di mercato.

    Per le imprese italiane, sottolinea ancora Pensabene, potrebbero aprirsi spazi ancora più importanti se si riuscisse a sviluppare una «strategia di filiera», in grado di mettere a sistema le forze di diversi segmenti industriali connessi, anche attraverso iniziative delle associazioni di categoria. Questo approccio sarebbe utile soprattutto per intercettare le opportunità create dagli ambiziosi piani di sviluppo che attraversano il tessuto economico e sociale del Subcontinente, a partire dal programma Make in India e dal progetto Smart City, che punta alla realizzazione di 100 città “intelligenti” e alla riqualificazione di altre 500.

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