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La prima spaccatura nel campo progressista di Pisapia e i dubbi di Prodi

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La prima spaccatura nel campo progressista di Pisapia e i dubbi di Prodi

Con il “no” di Bersani alla proposta elettorale del Pd si aprono due fronti. Uno riguarda il presente e cioè che si riducono – al momento – le chance che la riforma venga approvata visto che ci sarebbero 15 voti da recuperare al Senato, tanti sono quelli del gruppo Mdp. Ieri la conferenza dei capigruppo, tra le polemiche, ha allungato i tempi di calendarizzazione.

Ma il “no” alla legge elettorale ha fatto massa critica con un altro “no”, quello alle norme sui voucher presentate dal Governo su cui il gruppo dei bersaniani minaccia di uscire dalla maggioranza e tenersi le mani libere. Un grumo di problemi che minaccia la durata della legislatura anche perché al Senato sono scattate altre “manovre” con la costituzione di un gruppo intorno a Quagliariello. Ma intanto, la bocciatura di Bersani tocca un altro fronte, quello che riguarda il lavoro di tessitura di Giuliano Pisapia per ricostruire un Campo progressista che a questo punto si complica più del previsto. A oggi quello sforzo di federare ciò che sta a sinistra del Pd perde pezzi invece di aggregarne e l’epicentro sta proprio nel testo di riforma elettorale. Certo, si potrà dire – come dicono i bersaniani - che la bozza presentata da Renzi quell’effetto vuole ottenere: dividere la sinistra per emarginare Mdp e dialogare solo con l’ex sindaco di Milano che ha già promosso la riforma renziana. Ma è possibile per il segretario del Pd ridefinire da solo i confini del centro-sinistra? Mettersi lui a modellare la nuova geografia dell’Ulivo con le regole che ha appena presentato?

Questa è la domanda - e il dubbio - che ieri poneva Romano Prodi alla trasmissione Tv “Otto e mezzo”. Pur promuovendo la riforma elettorale, il Professore sembra non vedere ancora in Renzi un intento di riconciliazione. «Il compito di federare spetterebbe a lui ma non so se questa sia la sua volontà». Ed è lo stesso dubbio che vedono i parlamentari di Mdp quando fanno notare che il testo della riforma non prevede una coalizione nazionale ma si apre alla possibilità di tante alleanze diverse sul territorio, un po’ a sinistra, un po’ con Verdini, un po’ con Alfano. Questo era il senso delle parole di Pierluigi Bersani quando ieri spiegava che «in quella proposta non c’è alcun riferimento programmatico a un’idea di coalizione ma si parla solo di un accordo per sostenere un candidato». Un candidato che, appunto, può essere pescato da liste diverse a seconda delle convenienze territoriali. E pure quello sbarramento al 5% viene considerato un atto ostile verso i potenziali alleati perché rischia di escluderli dal Parlamento invece che includerli.

Qui sta l’ostacolo da rimuovere per Pisapia che ha benedetto la riforma renziana ma si trova già a fare i conti con uno strappo. Il lavoro di ricomposizione nasce, insomma, con molto piombo nelle ali. E con una grande differenza rispetto al passato quando c’era l’ostilità verso Silvio Berlusconi a mettere insieme tutti i variegati pezzi della sinistra. Oggi quella stessa alleanza “contro” potrebbe essere creata con un soggetto che non è più il Cavaliere ma è il Movimento di Grillo se diventa quello il nemico da sconfiggere. A questo sembrava alludere Prodi quando ieri ha parlato dei 5 Stelle come di un partito non pronto a governare, una minaccia. «Non si capisce nessuna proposta positiva, c’è il rischio - diceva - che se arrivassero primi alle elezioni, rappresentino un pericolo». Ma oggi non sembra un collante sufficiente per passare sopra le divisioni perché il nemico questa volta è in casa, non fuori dal centro-sinistra.

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