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Come sarebbe il mondo senza musica su YouTube?

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Come sarebbe il mondo senza musica su YouTube?

(Afp)
(Afp)

Cosa accadrebbe se all’improvviso la musica scomparisse da YouTube? E' la domanda che la celebre piattaforma di videosharing (fondata nel 2005 e acquisita dopo appena un anno da Google per la bellezza di 1,65 miliardi di dollari) ha girato a un istituto di ricerca, RBB Economics, per cercare di capire come evolverebbe il mercato. Il sondaggio, rivolto a 1500 utenti della piattaforma in Italia, Germania, Francia e Regno Unito, partiva proprio dall’ipotesi di vedere scomparire la musica da YouTube: come avrebbe reagito il pubblico?

Il risultato è che l’85% del tempo utilizzato per ascoltare musica su YouTube sarebbe stato “dirottato” su internet radio, tradizionali emittenti AM/FM, televisione o peggio pirateria, con appena il 15% del tempo (che nel caso specifico dell’Italia scende al 13%) dedicato a servizi ad alto valore aggiunto per musicisti e discografici, come i download legali o gli abbonamenti a piattaforme tipo Spotify. Mentre le ore spese ad ascoltare brani “piratati” aumenterebbero del 29%.

Morta YouTube, insomma, gli ascolti di musica si dividerebbero soprattutto tra radio, tv e pirateria. Tutto questo farebbe bene ad artisti e industria discografica? Per niente, suggerisce il colosso californiano, perché la regina del videosharing paga corpose royalties: nel 2016 ha staccato un assegno di un miliardo di dollari solo per i diritti legati alla pubblicità. Con percentuali ben superiori a quelle pagate dalle radio europee - spiega Cristophe Muller, responsabile internazionale delle partnership musicali di YouTube - per non parlare di quelle statunitensi che non pagano proprio diritti. E attenzione a non confondere YouTube, che si regge sulla pubblicità esattamente come le emittenti private, con piattaforme che prevedono abbonamenti alla Spotify: sono due mondi totalmente diversi. «E' come paragonare quello che un tassista incassa dalle tariffe delle corse a quello che guadagna con la pubblicità dentro al taxi», spiega ancora Muller. La conclusione del colosso californiano è che YouTube non cannibalizza affatto la musica, anzi la valorizza.

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Ma si tratta di una conclusione prontamente contestata dall’International Federation of the Phonographic Industry (Ifpi). In una nota, l’organizzazione che rappresenta gli interessi dell’industria discografica a livello mondiale ha liquidato lo studio commissionato da Google come un tentativo di «distrarre dal fatto che YouTube, essenzialmente il maggior servizio mondiale di musica on-demand, non compensa in modo adeguato artisti e produttori sostenendo di non essere responsabile per i brani che rende disponibili». La Ifpi al contrario sostiene i servizi di streaming su abbonamento come Spotify, chiedendo al più presto un intervento legislativo per contrastare il “value gap” creato da YouTube, «che nega ai creatori di musica un ritorno equo per il loro lavoro e i loro investimenti».

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