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Dossier Odessa, spartito di note, creazione e libertà

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Odessa, spartito di note, creazione e libertà

    Il colonnato neoclassico di Francesco Boffo
    Il colonnato neoclassico di Francesco Boffo

    Da Leopoli percorro l’intera Ucraina, da nord a sud, seguendo la valle del fiume Dniester, che tutta la solca, sino a Odessa; come più a est, con corso parallelo, il Dnieper, entrambi sfociando nel Mar Nero. L’Ucraina nel Novecento è stata arata da stermini e carestie che si portaron via, nell’era staliniana, milioni di morti; fu «il cuore vuoto d’Europa», come testimonia lo struggente romanzo di Ulas Samchuk (Zdolbuniv Raion, Ucraina, 1905 - Toronto 1987) Maria: cronaca di una vita, ora tradotto in italiano da Mariia Semegen, che attende un editore, e che porta una semplice dedica: «Alle madri uccise dalla fame in Ucraina negli anni 1932-1933». È l’avanzare silente di un nome implacabile: «La gente iniziò a cadere morta come le mosche d’autunno. Ogni giorno portavano decine di corpi al cimitero. La disperazione, la tristezza, il pianto avvolse il villaggio. […] Maria pensava: “Giustizia non esiste. È un’assurdità”. Qualcuno la prendeva in giro. Alla fine, la morte era ovunque. La vita dov’era finita? Quand’è che ricomincia? Intorno la gente moriva sul colpo. Perché morivano? La tragedia di Maria era sconfinata… […]». La fame, di ieri e di oggi: «La morte più difficile è dovuta alla fame. Che Dio non permetta neanche al nemico di morire con una morte del genere!» (ivi).

    LE TAPPE DEL VIAGGIO

    Ed è toccato all’Ucraina, il 26 aprile 1986, patire la nube radioattiva della centrale di Cernobyl’, primo segnale della difficoltà umana di governare le potenze ch’essa sprigiona (come sarà, ancora, a Fukushima nel marzo 2011). L’energia nucleare ora, il petrolio nel Novecento: ciò che unisce la Galizia di Leopoli nei racconti di Roth e l’Odessa del sud nei racconti di Isaak Babel è il petrolio: La California polacca (nel Viaggio ai confini dell’impero) e Il petrolio nei Racconti di Odessa di Babel; la modernità: «Il nostro paese con la sua nuova circolazione sanguigna»; i piani quinquennali, «il feticismo delle cifre», il mito di sopravanzare gli Stati Uniti nella estrazione, uscire, uscire dalle piane di grano d’Ucraina e entrare nel mito industriale: «Mosca è tutta scavata, piena di fosse, ingombra di tubi, di mattoni, le linee di tram sono scombinate, le auto rimorchiano le macchine importate dall’estero, sferragliano, frastuonano, ovunque c’è odore di pece, fumo come sopra un incendio…» (Babel, Il petrolio). Isaak Babel (Odessa 1894 – Mosca, 27 gennaio 1940, fucilato nella prigione di Butyrka ; riabilitato dopo la morte di Stalin) ha rappresentato questa coscienza critica: «A che pro, se continuate ad avere gli occhiali sul naso e l’autunno nell’anima?» (Cose di Odessa).

    Entriamo in Odessa dal mare; sopra il porto svetta il colonnato neoclassico semicircolare di Francesco Boffo (Orosei, 1790 – Cherson, 1867), architetto sardo, studi a Torino, al servizio della famiglia Potocki, fece di Odessa un paradigma di architettura neoclassica: il Ginnasio Cecov, il palazzo Potocki (ora Museo d’arte di Odessa), il Palazzo Voroncov; e soprattutto la scalinata Potëmkin (1837-1841), 200 gradini in origine, resa celebre dalle sequenze del film «La corazzata Potëmkin» di Sergej ĖEjzenštejn (1925), che evoca la rivolta di Odessa durante la rivoluzione russa del 1905.

    Sulla scalinata si vede lentamente scendere e poi precipitare la carrozzina, sfuggita a una madre appena fucilata. Sequenza memorabile che fonda la cinematografia contemporanea, non meno che «Metropolis» di Fritz Lang, quasi coevo, 1927. Quella scalinata non è il solo “frammento” italiano di ĖEjzenštejn: ancora nel fondamentale Montaggio 1938 egli si riferirà alla descrizione del «Diluvio» di Leonardo, come fondamento di ogni vera sequenza cinematografica: «Si direbbe che non ci sia niente di più definito e chiaro degli appunti quasi scientifici dei particolari del Diluvio che scorrono dinanzi ai nostri occhi nel ’foglio di montaggio’ di Leonardo da Vinci» (ora in Il montaggio, Marsilio, 1986).

    La scalinata Potëmkin

    Odessa suggerisce tutto questo: la più italiana delle città mediterranee orientali e insieme russa; vi nacque Leone Ginzburg (Odessa 1909 – Roma, 5 febbraio 1944; decesso per tortura): portò nella nostra lingua e immaginario il romanzo russo; aprì il territorio dell’epica e della libertà, per la quale seppe morire. E di Odessa era anche la famiglia di Irina Leonidovna Nemirovskaïa (Irène Némirovsky, l’autrice di Suite française, morta a Auschwitz il 17 agosto 1942).

    Odessa, con Salonicco e Alessandria d’Egitto, è una memoria così italiana, e così universale, sempre presente a chi sappia ascoltarla: di lì a volute arrivano sino a noi le note del pianista Emil Gilels (Odessa 1916 – Mosca 1985), e dei violinisti Nathan Milstein (Odessa, 1903 – Londra, 1992) e David Ojstrakh (Odessa, 1908 – Amsterdam, 1974); e anche Bob Dylan ha quelle radici: i nonni paterni, Zigman e Anna Zimmerman, erano di Odessa ed emigrarono negli Stati Uniti dopo i pogrom antisemiti del 1905. Una musica lontana, raffinata, rattenuta, che continua, certezza di forma, friabile e intangibile: come nell’inobliabile interpretazione di Gilels del Piano Concerto n. 27, K. 595, di Mozart sotto la direzione di Karl Böhm. E con il pedale di sordina che vi preme Babel nel suo racconto Il risveglio: «Tutta la gente del nostro ambiente - mediatori, negozianti, impiegati di banca e di uffici di navigazione – facevano studiare musica ai loro bambini. […] Carico dell’astuccio del violino e degli spartiti, tre volte la settimana mi trascinavo in via Vitte, ex Dvorianskaia, da Zagurski. Qui, appoggiate alle pareti, sedevano donne ebree che attendevano il loro turno istericamente eccitate. Stringevano alle ginocchia dei violini che superavano le dimensioni di chi avrebbe dovuto suonare nel palazzo di Buckingham»…

    E persino più in basso va il controcanto, nelle cerimonie della sinagoga: «Echeggia uno sparo. È il cantore Zwieback che ha sparato a un topo sfrecciato davanti all’altare. I fedeli guardano tutti il cantore. […] I talmudisti sollevano i grandi visi indifferenti» (Babel, Il tramonto, scena V).

    Così non pensavo più a te, Odessa, quando trent’anni or sono si cenava alla Giudecca, dopo i pomeriggi dei Corsi di Alta Cultura del settembre alla Fondazione Giorgio Cini (ora spenti) con Salomon e Ana Resnik, e Jean e Jacqueline Starobinski. Salomon, psicanalista argentino, appena scomparso (Buenos Aires, aprile 1920 – Parigi, 17 febbraio 2017) parlava dei suoi peripli (Ginevra, Londra con Melanie Klein, Parigi, Venezia), Starobinski silenzioso. La conversazione, asimmetrica, stentava. D’un tratto appare, alta nel canale, una nave mercantile color ruggine, ma bianchissima nella scritta a prua: «Odessa»; d’un solo sguardo, uno stesso sospiro s’intreccia tra Salomon e Jacqueline: «Odessa, i miei cari», «e anche i miei»… D’improvviso il duetto si fece appena sussurrato: il muretto del ciliegio, il partire in fretta, non esserci più tornati; la promessa che il primo che vi facesse ritorno sarebbe andato in quella via, che illumina a sera il punto esatto…

    Odessa del rabbino «Osii che diede i suoi averi ai figli, il cuore alla moglie, la paura a Dio, il tributo a Cesare, e che si tenne solamente un posto sotto un albero d’olivo, dove il sole al tramonto batteva più a lungo che in ogni altro angolo» (Babel, La fine dell’ospizio). Troveremo il nostro angolo?

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