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Il Colle e i limiti del patto preventivo

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Il Colle e i limiti del patto preventivo

(Ansa)
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C’era da aspettarsi che davanti all’emergenza banche, ai partiti che spingono al voto anticipato e alle incertezze legate alla legge di stabilità, il mondo finanziario avrebbe reagito ai rischi di un simile scenario. Rischi di cui terrà conto Mattarella se - e quando - ci saranno le condizioni per lo scioglimento anticipato. È facile intuire che, oggi, un suo stop preventivo alle urne farebbe saltare la riforma elettorale.

La giornata di ieri in Borsa è stata una conferma dei timori su cui da tempo si riflette al Colle. Tuttavia, la strada scelta è procedere per tappe. E al momento Sergio Mattarella considera prioritaria la legge elettorale e, dunque, valuta molto positivamente l’accordo tra i partiti e aspetta che la riforma maturi in un’approvazione definitiva prima che si decida sullo scioglimento anticipato delle Camere, come vorrebbero le forze politiche principali. È facile, infatti, intuire che con un suo stop preventivo al voto – che è parte del “patto” tra partiti – rischierebbe di saltare la legge elettorale che è una delle riforme necessarie per l’Europa.

E allora si aspetta di vedere l’esito della partita parlamentare avendo ben presente quello che una giornata come ieri ha raccontato: i rischi dell’instabilità politica e di un esercizio provvisorio. Votare tra fine settembre e 22 ottobre non dà margini temporali per l’approvazione di una legge di stabilità, questo è l’ostacolo dell’autunno. Un ostacolo che vede il Colle ma che è riconosciuto dagli stessi partiti tant’è che Pd e Forza Italia starebbero pensando a un’intesa “preventiva” sulle misure della manovra. Misure che verrebbero lasciate in eredità al nuovo Governo e alla nuova maggioranza che si formerà dopo le elezioni. Un modo, insomma, per aggirare il rischio-mercati e le obiezioni del Quirinale. Al Colle ieri si rifiutavano di commentare indiscrezioni – che sembrano aver allarmato Padoan – ma una tale intesa avrebbe fragilità evidenti a molti. Che si possono sintetizzare in due domande.

Davvero anche Grillo potrebbe impegnarsi con Renzi e Berlusconi sui provvedimenti da inserire nella legge di stabilità? Primo dubbio. E se saranno solo Pd e Forza Italia a trovare un’intesa sulla manovra, chi garantisce che le urne dell’autunno gli daranno i numeri per essere maggioranza e onorare gli impegni? Per questo la regola del momento è tenere i nervi saldi e procedere per tappe. E la prima prevede che si approvi la legge elettorale “tedesca” su cui sembrano esserci i “sì” delle principali forze parlamentari. Ma il percorso è appena cominciato.

Ieri c’è stato l’incontro tra Pd e 5 Stelle, oggi c’è la direzione del Pd in cui ci saranno anche voci in dissenso sul ritorno al proporzionale, poi partirà la corsa all’approvazione. Una corsa con un crono-programma serratissimo. Con un traguardo più semplice alla Camera ma più complicato al Senato dove i numeri e le resistenze dei gruppi più piccoli potrebbero rallentare il cammino o creare intoppi. Così come prenderà tempo la definizione dei collegi. Insomma, la realtà potrebbe presentarsi più mossa dei piani dei partiti.

Dal Colle, dove si è messa come condizione per il voto l’approvazione della legge, non arriva alcun intralcio all’iter parlamentare. Ma si aspettano fatti concludenti. Se, passata la riforma elettorale, tutti continueranno a spingere verso le elezioni, se Gentiloni dovesse dimettersi e non ci fosse più una maggioranza per proseguire, la decisione dello scioglimento sarebbe nei fatti. Ma i partiti – e i loro leader - si assumeranno la responsabilità di fronte al Paese di affrontare il rischio-Italia? Su questa domanda si snoderà il faccia a faccia al Quirinale.

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