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Cruise 2018, il Rinascimento pop firmato Gucci

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Cruise 2018, il Rinascimento pop firmato Gucci

Come ogni odissea che si rispetti, il viaggio termina a casa. L’ultima tappa del faticoso tour delle precollezioni tocca Firenze. Protagonista è Gucci, che si riappropria delle radici con voluttà e un’enfasi che è in primo luogo culturale, poi spettacolare. La sfilata, infatti, è solo uno degli elementi di una esperienza totale, squisitamente e magicamente fiorentina.

Si comincia con la visita delle sale rinascimentali del Museo degli Uffizi - vuoto per il godimento degli ospiti, rispettosamente nel giorno di chiusura - prosegue attraversando la galleria dei ritratti dispiegata sulle pareti del corridoio vasariano - tunnel che si incunea tra i tetti con un poetico passaggio su Ponte Vecchio, costruito in uno dei momenti più sanguinosi della storia della città e aperto adesso solo in rare occasioni - e termina nello splendore magniloquente della Galleria Palatina di palazzo Pitti, tra sublimi lacerti d’altissuna pittura e capolavori che sono patrimonio vero dell’immaginario collettivo.

Mai fino ad ora cotante sale, trasfigurate dalla moquette giallo intenso che fa virare gli ambienti verso una benvenuta nota di kitsch, hanno ospitato una sfilata di moda. È vero che la Sala Bianca, dove la moda italiana si mise in moto nel 1951 per felice intuizione di Giovanbattista Giorgini, è giusto in fondo alla galleria, ma in questa occasione funge da backstage - troppo piccola. Oggi si pensa in grande, con entusiasmo. In mezzo alla storia dell’arte che gronda dalle pareti, tra sedute che scandiscono il monito gaudente e malinconico di Lorenzo de’ Medici «di doman non v’è certezza», si palesano i beautiful freak di Alessandro Michele, direttore creativo e maitre a penser del nuovo corso. «Il Rinascimento è pop - dichiara, mentre descrive gli ambienti del palazzo come fossero sale di una discoteca -, ma ho anche voluto creare un ponte tra il mondo classico e l’immaginario hollywoodiano. Associo cose diverse con grande libertà». Ecco allora le coroncine, i paggi e le damigelle, gli omaggi smaccati alla ghetto couture di Dapper Dan, mitica boutique di Harlem, e l’urgenza imperiosa di decorarsi per esserci, pescando in tutto lo scibile e tutta la storia.

Il ritorno a casa di Gucci è uno spettacolo che trascina e sfinisce, perchè eccitante e rutilante, ma è anche una prima che si inserisce nel più ampio piano di sostegno alla città, concretizzato nella donazione di due milioni di euro per il restauro e la conservazione del Giardino di Boboli.

Queste sono però azioni di contorno. C’è una associazione più profonda ed efficace. Mai il portato fiorentino è stato oggetto di cotanta attenzione da parte Gucci. Al massimo, la fiorentinità si è risolta nell’esaltazione delle pelli e dei cuoi. Alessandro Michele, invece, si immerge nella Firenze museale, ne coglie gli stimoli e li scaraventa in un acceleratore pop-decorativo.

In passerella, bella come una madonna ed eccentrica come una regina della notte, compare persino Simonetta Vespucci, la donna più bella del rinascimento, «la prima top model», adesso icona instagrammabile e guccificata. Il punto è proprio questo: guccification, ossia creazione di un codice inequivocabile. Lo scandiscono persino le t-shirt. Marketing? Di certo, ma gioioso e metamorfico, con una autenticità che fa la differenza. È questa la cifra che convince di Alessandro Michele, insieme al sano rifiuto del cambiamento ad ogni costo. Da Gucci, per ora, non cambia nulla. «Questo codice distrugge da quanto è ripetitivo» conclude lo stilista, con la chiara e felice intenzione di continuare a martellare.

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