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Piazza Affari cade con banche e rebus elezioni

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Piazza Affari cade con banche e rebus elezioni

  • –Andrea Franceschi

L’intesa di massima sulla legge elettorale tra le maggiori forze politiche in Parlamento e le esternazioni di Matteo Renzi in favore del voto anticipato già a settembre hanno riportato d’attualità sui mercati il “rischio Italia”. Un tema sterilizzato dall’effetto Macron (la sua vittoria alle elezioni francesi ha fatto guadagnare alla piazza di Milano circa l’8% in un mese) ma tornato all’ordine del giorno tra gli investitori a giudicare da come la Borsa (-2%) e i titoli di Stato (spread ai massimi da inizio mese) hanno reagito alle ultime notizie.

Il tonfo di Piazza Affari è arrivato in una seduta caratterizzata dagli scambi ridotti per via della chiusura delle piazze in Cina, Regno Unito e Stati Uniti, in cui la Borsa di Parigi ha chiuso invariata, quella di Francoforte ha guadagnato lo 0,21% e quella Madrid ha perso lo 0,19 per cento. Le vendite sul listino milanese hanno colpito soprattutto le banche. L’indice settoriale Ftse Italy Banks ha perso il 3,27% con Ubi Banca (-4,74%) e Unicredit (-4,34%) a guidare i ribassi. Il comparto creditizio è quello che ha guadagnato di più nella fase rialzista post-Macron (+19% nei 30 giorni successivi al primo turno elettorale) ed è anche quello che ha perso di più nell’ultima settimana (-5,7%) penalizzato dall’incertezza sul salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Sulle banche venete si gioca una partita difficile e assai politica che l’accelerazione verso le urne rischia di complicare ancora di più.

Il dossier banche peraltro è solo uno dei tanti che gli investitori stanno tenendo d’occhio. L’alto debito pubblico e la debolezza dell’economia sono da tempo motivo di preoccupazione e, tra gli addetti ai lavori, ci si chiede cosa potrà succedere se dal voto dovessero uscire vincenti formazioni come il Movimento 5 stelle o la Lega Nord che hanno fatto dell’uscita dall’euro un loro cavallo di battaglia elettorale. Non è un caso quindi se ieri, oltre alle banche, anche i nostri titoli di Stato abbiano subito un’ondata di storni registrando un’impennata dei rendimenti su tutte le scadenze. Il tasso del BTp decennale (il cui andamento è inversamente proporzionale al prezzo) è passato dal 2,09% della chiusura di venerdì fino ad un massimo di giornata del 2,95% mentre il differenziale di rendimento rispetto al Bund tedesco (spread) si è impennato fino a 188 punti riportandosi sui massimi da inizio mese.

C’è consapevolezza tra gli investitori che il debito pubblico italiano è quello potenzialmente più vulnerabile in caso di interruzione degli stimoli monetari della Bce. Il Quantitative easing è stato un ombrello utilissimo grazie al quale la speculazione è stata arginata e il costo di rifinanziamento del debito pubblico portato ai minimi storici. Ma è anche una medicina che non durerà per sempre. Ieri il presidente della Bce Mario Draghi, intervenendo all’Europarlamento, ha dichiarato che è ancora presto per parlare di fine del Qe e che l’Economia ha ancora bisogno dello «stimolo monetario». Queste rassicurazioni tuttavia non sono servite ad attenuare la tensione sui nostri titoli governativi i cui tassi si sono mantenuti alti fino a fine seduta. Sono scesi invece quelli dei Bund tedeschi (dallo 0,33 allo 0,29%) e questo ha contribuito al rialzo dello spread.

Il contesto negativo di mercato non ha comunque influenzato più di tanto l’esito dell’asta di BoT a 6 mesi. Il Tesoro ha infatto collocato tutti e 6 i miliardi dell’ammontare previsto incassando un nuovo minimo storico sui rendimenti, scesi a -0,358 per cento. La domanda ha raggiunto i 10,95 miliardi di euro con un rapporto di copertura in lieve calo a 1,83 da 1,86 del mese scorso.

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