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Fondi pensione, le occasioni mancate a 10 anni dalla riforma del Tfr

previdenza integrativa

Fondi pensione, le occasioni mancate a 10 anni dalla riforma del Tfr

Il check sullo stato di salute del settore della previdenza complementare che anche quest'anno propone la Covip, ci consegna una situazione abbastanza simile a quella degli anni precedenti, con qualche elemento di moderata novità. E ciò non può valutarsi positivamente visto che a venti anni dalla prima regolazione normativa e a 10 anni dall'operatività dei fondi “nuova generazione” il quadro del settore è abbastanza deludente rispetto alle aspettative che vi erano riposte.

L'affinamento delle modalità di elaborazione dei dati della Covip, ci consente di valutare più correttamente il livello delle adesioni ai fondi. Risultano iscritti circa 7 milioni e 800 mila lavoratori, pari al 27,8% degli occupati. L'incremento di iscritti del 2016 è stato del 7,6% da considerarsi un discreto risultato, e molto concentrato sulle adesione ai piani individuali (PIP) piuttosto che sui fondi negoziali. Ma più di 600 mila persone sono iscritti a più fondi, quindi i soggetti effettivamente aderenti sono attorno a 7milioni e centomila. Il dato delle adesioni diventa meno roseo se si considera un elemento che spesso non viene valutato adeguatamente : molti lavoratori una volta iscritti ai fondi smettono di contribuire. Il livello di tali “rinunce” è molto alto : era di un milione di iscritti nel 2010 e si raddoppia nel 2016 raggiungendo quasi i due milioni di iscritti. La Covip quindi evidenzia che gli iscritti attivi scendono dai 7milioni e 800 mila a 5 milioni e 800 mila, e che il quadro delle adesioni è in parte condizionato dalle adesioni “contrattuali” come quelle del settore degli edili, alle quali però corrispondono versamenti irrisori.

A fronte di questi dati non proprio positivi, vi è una dinamica dei rendimenti abbastanza soddisfacente (anche in relazione alla situazione internazionale dei tassi) che varia dal 3,4% dei fondi negoziali al 3% dei Pip, comunque superiore al rendimento del Tfr (2,2%).

Molti osservatori, alla luce del quadro che emerge considerano la situazione complessiva della previdenza complementare in Italia “deludente” nella sua capacità di “appeal” su una platea che si ritenga avere crescenti bisogni di copertura previdenziale. E' su questo punto che occorre forse una riflessione più adeguata. Il relativo basso successo di queste forme previdenziali non va cercato nella struttura della domanda, che si rappresenta spesso come “ignorante” dei suoi stessi bisogni previdenziali e di risparmio, quanto piuttosto nella struttura dell' “offerta” e cioè nelle specifiche caratteristiche dei fondi pensione italiani, nella struttura dei prodotti che offrono, nella loro capacità di intercettare veramente le esigenze di “nuovo welfare” che emergono anche dalle giovani generazioni. A venti anni di distanza dalla nuova regolazione dei fondi, serve una riflessione attenta e sincera sulle ragioni del “rachitismo” di questo settore. Nessun artificio di “adesioni obbligatorie” esplicite o nascoste può risolvere il problema nell'offerta ed anche nelle forme di regolazione legislative e dei fondi che si sono costruite, che hanno impedito di raggiungere gli obiettivi che ci si poneva circa venti anni fa quando è stato costruito il nuovo quadro regolatorio.

Li possiamo sintetizzare così : la prima è stata la necessità di dare una copertura previdenziale integrativa alle fasce del mondo del lavoro con più deboli garanzie previdenziali pubbliche; ma queste coincidono con i giovani, i lavoratori a più bassa retribuzione e con discontinuità del lavoro, ma non sono queste le fasce che aderiscono alla previdenza complementare , avendo più problemi di reddito attuale che di risparmio futuro; la seconda è stata quella di costruire nuovi investitori istituzionali in grado di veicolare sul sistema delle imprese e delle istituzioni nazionali in modo più efficiente il risparmio degli stessi lavoratori e delle stesse imprese. La relazione della Covip ci dice come tale obiettivo sia stato largamente mancato : complessivamente fondi pensione e casse professionali investono in Italia solo il 37% delle loro attività, mentre circa 120 miliardi, il 63% è collocato in attività estere. E dei 71 miliardi investiti in Italia solo 7,2 miliardi , pari al 3,7% di tutti gli investimenti è destinata alle imprese.

Il confronto con gli altri paese Ocse è significativo : i fondi pensione negli altri paesi hanno percentuali di investimenti domestici attorno al 66 per cento. Ma l'elemento sul quel riflettere è anche un altro: in Italia la maggior parte della contribuzione ai fondi deriva dal Tfr, una forma di liquidità a disposizione delle imprese che diventa contributo al fondo pensione. Ebbene, la Covip calcola che in 10 anni circa 50 miliardi di Tfr, prima nella disponibilità delle imprese, sia confluito nei fondi pensione ; a fronte di questo flusso si può stimare che solo attorno ai 7 miliardi sia stata la quota di finanziamento destinata delle imprese italiane. Si può dire che la previdenza integrativa “all'italiana” abbia contribuito a ridurre piuttosto che ad aumentare le liquidità aziendali proprio negli anni della crisi.

Ma lo stesso obiettivo della copertura previdenziale aggiuntiva è stato scarsamente raggiunto : la parte delle prestazioni dei fondi destinati effettivamente ad alimentare trasferimenti pensionistici “integrativi” è nei fondi pensione largamente minoritaria (circa 700 milioni) rispetto alla parte crescente destinata a finanziare le anticipazioni o i riscatti (circa 3,6 miliardi) . In definitiva gli stessi iscritti ai fondi hanno utilizzato il capitale maturato più come una forma di risparmio al quale ricorrere per specifiche esigenze particolari che per avere a disposizione piani previdenziali di lungo termine.

Ma la questione più rilevante la abbiamo nel rapporto tra previdenza pubblica e complementare. Non si può ignorare che in un paese che destina ben il 33% del reddito da lavoro dipendente a finanziare risparmio futuro, l'aggiunta di un ulteriore 10-12% (tra tfr e contributi aggiuntivi) fa arrivare la percentuale di reddito destinata a finanziare reddito futuro a livelli prossimi al 45%, mentre la crisi e le dinamiche economiche e del mercato del lavoro incidono sui livelli di bisogno di reddito oggi.

Ed è nel rapporto troppo stretto con la previdenza pubblica che la previdenza complementare segna i suoi elementi di difficoltà maggiore. E questo per una causa sostanziale : l'innalzamento radicale e rapido dell'età di pensionamento per le giovani generazioni. Questo causa due effetti rilevanti sulla previdenza integrativa : il primo è che l'aver legato strettamente i requisiti pensionistici della previdenza integrativa a quelli della previdenza pubblica ha riversato il problema dell'età alta di pensionamento per le giovani generazioni anche sulla previdenza integrativa. Il secondo effetto è quello legato all'innalzarsi del tasso di sostituzione della previdenza pubblica in relazione all'innalzamento dell'età di pensionamento . Nel 1995 si impostò un sistema che permetteva l'uscita a 57 anni, e a quel livello di età i coefficienti di trasformazione garantivano una pensione con un tasso di sostituzione attorno al 50% e la necessità di previdenza complementare era più alta. Ma oggi le generazioni del contributivo hanno (per legge) una prospettiva di pensionamento non anteriore ai 68 – 70 anni. A tali età di pensionamento i tassi di sostituzione garantiranno pensioni quasi equivalenti a quelle garantite dal sistema retributivo.

Come si vede si fa più debole l'esigenza di un' “integrazione” pensionistica al momento del pensionamento, ma si fa più forte invece l'esigenza di avere integrazioni di reddito prima dell'accesso alla pensione pubblica (che sarà adeguata ma arriverà sempre più tardi). Insomma per le giovani generazioni, e non solo, il problema sarà sempre più non il livello della pensione, ma l'età di accesso, e come arrivarci in termini di reddito e scelte sul mercato del lavoro e di favorire l'invecchiamento attivo.

Rispetto a questa esigenza nuova (come altre ) il sistema italiano di previdenza integrativa non da risposte perché è costruito troppo a immagine e somiglianza di quel sistema pubblico che dovrebbe integrare con prestazioni effettivamente legate ai nuovi bisogni non più efficacemente coperti dal sistema pubblico. Si tratta di quel welfare integrativo di cui parla giustamente Padula (Mario Padula, presidente Covip, ndr), che non è (come purtroppo è oggi ) il duplicato in piccolo e pieno di lacci e lacciuoli del sistema pubblico.

È necessario pensare invece ad un sistema rinnovato, che offra una copertura adeguata di reddito anche prima dell'età di pensionamento, che consenta, per questa via, scelte flessibili di permanenza o meno nel mercato del lavoro . E' questa l'esigenza che ha cominciato a voler cogliere l'istituzione di RITA, che consente di avere il montante accumulato in rate prima del pensionamento pubblico. È questa la strada da rafforzare : non una modesta rendita da aggiungere alla pensione pubblica quando arriverà, ma un'opportunità di reddito prima di quell'età, ribaltando lo schema di norme vincolistiche che scoraggia l'adesione ai fondi proprio perché la percezione spesso è quella di un “risparmio ibernato” come si percepisce lontana la pensione pubblica.

Occorre modificare tutti gli elementi di rigidità che caratterizzano l'attuale struttura dei fondi e delle loro prestazioni. Il risparmio canalizzato nei fondi si percepisce come una forma di risparmio inutilizzabile prima dell'età di pensionamento, se non a condizioni particolari e spesso onerose in termini fiscali.

Ripensare al ruolo e al funzionamento del sistema dei fondi integrativi significa utilizzare un'opportunità unica : una nuova integrazione tra pubblico e privato per un nuovo welfare , sostenibile finanziariamente e adeguato nelle prestazioni. Ma allora occorre trovare nuovi ruoli e funzioni, non duplicare le prestazioni.

Il sistema del risparmio privato può interagire con il sistema pubblico per aiutare a soddisfare bisogni nuovi. Si pensi al ruolo che possono avere i fondi nel finanziamento di strumenti come Ape e Rita che hanno l'obiettivo di finanziare redditi (e consumi) prima del pensionamento. Ma si pensi anche al fatto che ci sono prestazioni la cui necessità è ormai drammaticamente urgente, come quella della non autosufficiente, che potrebbero vedere il risparmio gestito dai fondi pensione come una grande opportunità che renderebbe molto più moderno e utile un sistema di previdenza integrativo del quale si sente il bisogno ma che ancora non c'è.

Stefano Patriarca è consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri

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