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Partecipate, almeno 5mila sotto esame

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Partecipate, almeno 5mila sotto esame

  • –Gianni Trovati

ROMA

Con il correttivo del “taglia-partecipate” approvato ieri in via definitiva dal consiglio dei ministri i lavori sulla riforma Madia sono sostanzialmente chiusi. In arrivo c’è ancora un decreto-bis sui licenziamenti rapidi degli assenteisti, che però non presenta novità importanti rispetto al primo testo e serve nei fatti a sancire l’intesa con Regioni ed enti locali imposta dalla Corte costituzionale.

Sulle partecipate, invece, l’esigenza dell’intesa ha modificato parecchio le regole rispetto al primo decreto (il 175 del 2016) perché gli amministratori locali hanno colto l’occasione per ridiscutere di obblighi e parametri. In sintesi: il piano di razionalizzazione, cioè il documento in cui ogni Pa deve individuare le società “fuori-regola” da dismettere o liquidare entro i 12 mesi successivi, va approvato entro il 30 settembre; il parametro minimo di fatturato per sopravvivere si dimezza a 500mila euro fino al 2020; anche le società più piccole possono mantenere (con delibera motivata e inviata alla Corte dei conti) il cda a 3 o 5 membri invece dell’amministratore unico, e gli statuti vanno adeguati alla riforma entro fine luglio; si permette alle società controllate di partecipare a gare in tutto il territorio nazionale, a patto di aver ottenuto con gara anche i servizi già in portafoglio; una serie di regole ad hoc salva le partecipazioni in fiere o case da gioco, anche se in perdita.

Insomma, a conti fatti il correttivo ha introdotto una buona dose di “flessibilità” sui parametri, che ora arriva finalmente alla prova sul campo dopo un lungo cantiere normativo rallentato anche dalla bocciatura costituzionale della strada seguita per i primi decreti. Sotto esame restano prima di tutto le mini-società, perché i piani di razionalizzazione dovranno prevedere l’addio alle partecipazioni in aziende con più amministratori che dipendenti o con fatturati minimi nel triennio precedente, sotto i 500mila fino al 2019 e sotto il milione a partire dal 2020. Avventurarsi in numeri è complicato, perché nonostante le partecipate siano da un decennio al centro del dibattito l’Italia si sta dotando solo ora di un censimento unico. Stando ai Rapporti annuali del ministero dell’Economia, comunque, il 61,2% delle partecipate pubbliche ha meno di 10 dipendenti (il 23,8% non risulta addirittura avere addetti). Per quel che riguarda il fatturato, invece, il rapporto scritto dall’allora commissario alla spending review Carlo Cottarelli (sempre sulla base dei rapporti annuali Mef) ha calcolato che il 34,6% delle partecipate si ferma sotto al milione, mentre un altro 34% (in maggioranza società piccole o piccolissime, presumibilmente) non aveva comunicato dati. Insomma, i pochi fari nella nebbia permettono di indicare che i parametri dimensionali mettono a rischio intorno al 60% delle partecipate, cioè circa 5mila su 8mila.

Concentrarsi sulle piccole società può apparire un fatto d’immagine, finalizzato a proporre una riforma dai “grandi numeri”, e in parte lo è. Ma proprio in questo reticolo di mini-aziende si concentra un pezzo del problema, se come ha certificato la Corte dei conti l’anno scorso, il 42,5% delle partecipate sotto il milione di fatturato è in perdita, mentre lo stesso dato si incontra solo nel 20,9% dei casi quando il fatturato è fra uno e cinque milioni. Nel mirino della riforma ci sono però anche le realtà più grandi: gli obblighi di dismissione riguardano anche le aziende che, fuori dai servizi pubblici locali, hanno chiuso in perdita quattro bilanci degli ultimi cinque e quelle attive in settori già coperti da altre partecipate dello stesso ente.

Uno dei nodi più complicati da gestire sarà quello del personale, che l’ultimo decreto prova a fluidificare svincolando da turn over e tetti di spesa il ritorno nell’ente dei dipendenti esternalizzati alle partecipate. Questa tipologia rappresenta una quota minoritaria delle 411mila persone che secondo il Mef lavorano nelle partecipate locali, e che in genere sono state assunte direttamente dalla società. La gestione degli esuberi delle controllate, da individuare entro la nuova scadenza del 30 settembre, sarà affidata alle Regioni, che dovranno “agevolarne” la mobilità, mentre per gli esuberi delle società in cui la Pa è in minoranza sono in campo gli ammortizzatori ordinari; ma sul tema del personale per ora le incognite superano sulle certezze.

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