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Le tre «spine» dei leader: Pisapia per Renzi, Salvini per…

L'Analisi|politica 2.0

Le tre «spine» dei leader: Pisapia per Renzi, Salvini per Berlusconi, Di Maio per Grillo

In attesa dell’esito dei ballottaggi tra due settimane, questo primo round elettorale mette in chiaro quegli ostacoli politici che l’accordo a tre sul sistema proporzionale (poi fallito) avrebbe evitato. E dunque il rapporto tra il Pd di Renzi con la sinistra di Pisapia, il difficile abbraccio tra Berlusconi e Salvini mentre per i 5 Stelle ha riproposto il bivio tra linea “governativa” di Di Maio e quella degli ortodossi di Fico. La frana del patto sul cosiddetto “tedesco” e i primi risultati delle città rimettono tutte le spine in fila al di là di come i tre leader ieri leggevano – e piegavano a proprio beneficio - i risultati delle urne.

E dunque Grillo potrà anche attaccare chi ieri parlava di una sconfitta dei 5 Stelle – «non illudetevi della nostra fine» – ma alla fine dovrà scegliere di che pasta è fatto il Movimento. Consolarsi dell’esclusione dai ballottaggi – soprattutto nella “sua” Genova – additando chi «gongola» lascia intatto il tema di fondo: a quale volto e linea politica affidare la nuova fase, perché è di un rilancio che ha bisogno. Soprattutto perché arriva il tempo dei bilanci dopo un anno dalle grandi vittorie di Roma e Torino, e le due sindache Raggi e Appennino – in modi differenti – sono alle prese con il giudizio dei cittadini. Insomma, il Movimento è ormai uscito dalla fase “novità” ma stenta a trovare quel percorso di cambiamento non solo nella Capitale - che pure è una ribalta nazionale - ma pure su quelli che saranno i grandi temi della campagna elettorale prossima, dalla partecipazione alle riforme istituzionali, alla collocazione su Europa ed euro. Temi su cui c’è un’oscillazione continua. Tra l’altro, anche se la prospettiva del voto anticipato è evaporata, questo fotogramma che arriva dalle comunali rende meno gestibili le divisioni interne e dunque più complicate quelle scelte.

Ma anche chi è ancora in gioco per i ballottaggi del 25 giugno, centrodestra e centrosinistra, vive affanni simili. Il Pd di Renzi fa i conti con il mal sottile di un’astensione preoccupante che tocca perfino le regioni rosse e sconta le lacerazioni dentro il partito e alla sua sinistra. Ieri il leader Pd si è tenuto lontano dall’analisi del voto, ha preferito andare ad Amatrice, ma i dati che lui ha definito «buoni» sono – però - solo parziali visto che il partito rischia di perdere una città come Genova. Dopo Torino e Roma sarebbe un altro smacco, un segnale allarmante di ritirata da zone tradizionalmente di sinistra. Si sta pagando – anche qui - il prezzo di un disorientamento politico che ha visto il Pd di Renzi prima muoversi verso un patto con Berlusconi e poi – con il fallimento in Aula – tornare a chiedere un’alleanza con Pisapia. Un’alleanza, tra l’altro, che per ora è solo un titolo. È immaginabile che questi tatticismi abbiano confuso e disaffezionato una parte di elettorato consistente se è vero che il 7,7% del corpo elettorato (come dice l’Istituto Cattaneo) si è perso.

Infine, ma non ultimo il centrodestra. Buone notizie dalle città ma non così buone nell’assetto delle alleanze. Ancora ieri Silvio Berlusconi resisteva a un abbraccio con Salvini anche se il risultato di Genova – e non solo – mette sul piatto quello schema come vincente. È chiaro che accettarlo vorrebbe dire abdicare alla sua egemonia politica e non è ancora rassegnato a cedere.

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