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Da Francia e comunali una lezione di governabilità

L'Analisi|l’analisi

Da Francia e comunali una lezione di governabilità

Una curiosa coincidenza temporale: mentre nelle nostre camere si sbriciola l’intesa sulla legge elettorale, nella vicina Francia e nei nostri comuni si ricorda come esistano sistemi elettorali in grado di assicurare governi certi, in tempi rapidi, coerenti con gli impegni presi nelle rispettive campagne elettorali. Governi di coalizione, in cui gli estremismi si diluiscano nell’effetto coagulante delle alleanze, come avviene nei sistemi bipartitici o bipolari collaudati. Questo si chiede al nostro paese , a tutti i livelli , compreso quello europeo: questo i nostri partiti e le nostre istituzioni non riescono a offrire , avviluppati gli uni con le altre, vicendevolmente, in una crisi di sistema. Ormai un motore che gira a vuoto. L’intesa esplode nel corso della prima lettura della legge elettorale, e dimostra una volta di più come il problema non sia il bicameralismo, paritario o meno, ma un disagio più penetrante, esistenziale. Si rassicurino i cittadini che hanno affossato la riforma costituzionale, rimedi e soluzioni non venivano da quel testo.

All’indomani del voto sull’emendamento sul sistema elettorale in Trentino Alto Adige - non un capriccio, la tutela della minoranza linguistica di lingua tedesca, per chi abbia un po’ di memoria di relazioni internazionali e di lungimiranza nazionale - anziché buttare la spugna, i partiti hanno davvero l’ultima possibilità per uscire dalla pratica di perseguire la propria sopravvivenza come unico fine: approvare, prima della scadenza della legislatura, una legge elettorale che dia le garanzie della legislazione francese, della legge sui sindaci, di altri sistemi non estranei alla nostra storia politica. La sicurezza di un governo e la sua stabilità, all’interno delle opzioni offerte in campagna elettorale; il ripristino dei diritti degli elettori nella formazione della rappresentanza. In soli due anni - un magico biennio, tra il 1991 e il 1993 - direttamente ad opera diretta degli elettori in due referendum, e per opera successiva delle camere messe alle strette da quei voti plebiscitari, il nostro paese ha rimpiazzato un sistema proporzionale divenuto anacronistico ed esaurito con una netta impostazione maggioritaria. Che avrebbe meritato, negli anni a seguire, maggiore rispetto da parte dei partiti. Una impostazione che gli elettori hanno ribadito, con la consueta schiacciante maggioranza, in un successivo referendum, vanificato da un delitto burocratico, il mancato aggiornamento delle liste elettorali dei cittadini residenti all’estero; e di cui i partiti si sono liberati alla prima occasione possibile con la impresentabile legge elettorale approvata nel 2005 dal governo di centro destra, allergico al sistema dei collegi uninominali .

Da lì, da quella legge , hanno inizio le nostre tribolazioni politiche e istituzionali, culminate nella impotenza dei veti reciproci a difesa degli interessi dei singoli partiti. Al punto da farsi strumentalmente scudo della recente sentenza della corte costituzionale in materia elettorale, al fine di indirizzare i lavori parlamentari verso l’approdo conveniente a tutti, tranne che al paese: ad alcuni per una maggioranza di larghe intese, tra finti avversari in campagna elettorale, ad altri per nutrirsi di un’opposizione feroce a quell’intesa.

Alle utili coincidenze delle elezioni francesi e locali , si aggiunge l’interpretazione autentica di quella sentenza da parte di un autorevole giudice costituzionale, aduso alle responsabilità di Stato, Giuliano Amato. In una intensa intervista al Corriere della Sera vengono esclusi, dai paletti posti dalla Corte, ostacoli o contrarietà all’adozione di leggi del tipo di quella transalpina o di quella sull'elezione dei sindaci. E ovviamente, di altri sistemi in grado di perseguire gli obiettivi da queste assicurati.

Ora, davanti ai partiti si pone un quadro di opzioni di inequivoca chiarezza. Da un lato, una crisi del sistema istituzionale e parlamentare, eccezion fatta per i soggetti su cui i partiti non riescono a stringere il proprio controllo, la Consulta e soprattutto il capo dello Stato: la prima con la sua generosa opera di supplenza del parlamento, il secondo con il potere di allarme, stimolo ed anche di indirizzo che la funzione di difesa dei diritti e dei principi costituzionali impone a contrasto dell' insipienza e dell'indisciplina costituzionale delle forze politiche. Dall’altro, una assunzione finalmente diretta della propria responsabilità da parte dei partiti, che orienti la bussola verso una legge elettorale nell'interesse del paese e dei suoi cittadini, una volta tanto. Eccezionalmente, in controtendenza all’auspicio di sempre di un’unità di tutti, con chi ci sta. L’obiettivo, in questa occasione forse ultimativa, prevale sui metodi con cui viene perseguito.

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