Domenica

Una Tosca in tripudio chiude la stagione del Teatro Verdi a Trieste

lirica

Una Tosca in tripudio chiude la stagione del Teatro Verdi a Trieste

Tosca, atto I. (Fabio Parenzan)
Tosca, atto I. (Fabio Parenzan)

Uno dei titoli più amati e rappresentati chiude la stagione del Teatro Verdi di Trieste. Fino al 17 giugno, per poi andare in trasferta, il 23 giugno a Udine e il 5 luglio a Pordenone. Teatro gremito in ogni ordine e grado, la prima del 9 giugno si è chiusa con un vero e proprio trionfo. Pareva essere tornati agli anni Cinquanta, quando dai loggioni piovevano fiori sugli interpreti, applausi scroscianti, richieste di bis, soprattutto per il tenore Massimo Giordano, triestino di adozione, che tornava nel teatro dove aveva mosso i primi passi da corista, meritandosi una vera ovazione col suo “E lucean le stelle” nel terzo atto.

Dove sfoggiava lucenti mezze voci e fraseggio che tradiva la sua natura di musicista (diplomato in flauto proprio al conservatorio di Trieste). Pioggia di fiori, che scansava un po' preoccupato, e voglia di bis rimasta purtroppo inesaudita. Ma il pubblico è stato generoso con tutti, forse non abbastanza con lo Scarpia di Angelo Veccia, intelligente, perfido e di somma raffinatezza, avulso da ogni stratificazione di effettacci sedimentati negli anni da certa prassi esecutiva per un personaggio che è molto di più che crudele e laido.

La psicanalisi incombe e Puccini se ne dimostra ben conscio. Dei tre interpreti principali l'anello più debole pareva proprio Svetla Vassileva nei panni della protagonista. Bella e credibile scenicamente (d'altronde la bella presenza era un'altra delle costanti di questa edizione, che la avrebbe resa molto adatta a una diretta televisiva o cinematografica) si mostrava molto più a suo agio nella freschezza del primo atto che nella tragedia delle pagine successive.

Sul podio una vecchia conoscenza del Verdi come Fabrizio Maria Carminati. Certamente si deve anche alla sua concertazione la ricerca di un “ritorno alle origini” per una partitura tanto amata. Perché se orchestra e coro del Verdi rispondevano alla grande, basti citare il memorabile “Te deum” che ha letteralmente riempito il teatro, non si avvertivano sbavature su una partitura così complessa e potente (tranne ogni tanto coprire l'incolpevole Scarpia). Tosca è andata in scena la prima volta il 14 gennaio del 1900 al Teatro Costanzi di Roma, spalancando letteralmente le porte alla musica del Novecento, come ormai riconosce anche la critica più retriva. Se si avvertono chiare le lezioni di Verdi e di Wagner, è pure parimenti chiara la rivoluzione, musicale e teatrale, che la connota.

Uno che un po' ci capisce, Zubin Mehta, ama ripetere che se Puccini fosse vissuto più a lungo sarebbe certamente approdato al dodecafonico. Non lo dimostra solo l'incredibile primo atto di Turandot, ma anche questa Tosca tanto rivoluzionaria. L'incalzare della vicenda ha trovato splendida corrispondenza nello spettacolo firmato da Hugo de Ana, che si conferma grande e intelligentissimo regista. Un allestimento del Comune di Bassano del Grappa/Opera Festival e del Comune di Padova di cui firma regia, scene, costumi e luci.

Lui che ci aveva abituato ad allestimenti monumentali, ci dimostra che anche con budget più ridotti si riesce ugualmente a creare spettacoli che sanno stupire. Qui, grazie a una sovrapposizione di ben mirate proiezioni, pare moltiplicare gli spazi del Verdi in un fosco tripudio di barocco romano. Belle le scene che citano Sant'Andrea Della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant'Angelo. Splendidi i costumi e penetrante la regia. Dove non solo le masse sono mosse benissimo, ma con pochi e curati movimenti si dipingono anche i personaggi minori. Basti osservare la gestualità di Spoletta (un ottimo Motoharu Takei, finalmente in uniforme anziché con l'usuale redingote) nella scena clou dell'indecente proposta di Scarpia a Tosca. Anziché starsene piantato lì come un palo, in poche mosse si dipinge un personaggio che per laidezza e disgusto riesce a superare il suo padrone.

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