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Per evitare il rischio mercati bisogna però ridurre il debito

L'Analisi|manovra

Per evitare il rischio mercati bisogna però ridurre il debito

Con la manovra da 3,4 miliardi approvata ieri in via definitiva dal Senato, una sorta di «Finanziaria» d’inizio estate, il Governo ha evitato la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo causato dal mancato rispetto della regola del debito. Con la manovra 2018 che verrà predisposta da qui a metà ottobre, dovrà evitate il rischio mercati. La nuova tranche di flessibilità da 9 miliardi chiesta dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (oggi all’esame dell’Ecofin a Lussemburgo) non esime dall’impegno prioritario a ridurre il debito. È quanto ha ribadito ieri il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici: «L’alto livello di debito pubblico italiano deve essere progressivamente ridotto nell’interesse comune».

Come? La strada per noi è obbligata, e passa attraverso un mix composto da maggiore crescita, controllo della spesa, un sostenuto avanzo primario e il supporto delle privatizzazioni (garantendo quanto meno lo 0,3% l’anno previsto dal Governo). Aiuta l’effetto strutturale della manovrina, che ha consentito di ridurre da 19,6 a 15,7 miliardi il peso delle clausole di salvaguardia da disattivare nel 2018 (l’aumento dell’Iva), e ora il conto si dovrebbe ulteriormente ridurre a 6/7 miliardi con l’auspicato via libera alla richiesta italiana relativamente ai saldi del prossimo anno. In tal modo il deficit strutturale del prossimo anno si ridurrà dello 0,3 per cento, il luogo dello 0,8% indicato nel Def di aprile. E aiuta la maggiore crescita, che stando alle ultime previsioni del Fmi dovrebbe attestarsi all’1,3%, contro lo 0,8% della precedente stima e l’1,1% previsto dal Governo. Non per questo pare lecito abbassare la guardia sul fronte del controllo della finanza pubblica. In poche parole, con la prossima legge di Bilancio – pur all’interno di una manovra che correttamente si vuole impostare all’insegna del sostegno alla crescita – va garantita la necessaria rete di sicurezza per far fronte al graduale esaurirsi dell’ombrello steso dalla Bce a suon di 80 (ora 60) miliardi al mese di acquisti dei titoli sovrani. Per un paese che deve far fronte a scadenze per oltre 400 miliardi l’anno, si tratta di una priorità assoluta.

Dal 2012 al 2016, il calo dei tassi e dello spread ha consentito di ridurre l’onere del finanziamento del debito per 17,1 miliardi, e quest’anno si dovrebbe toccare quota 19,6 miliardi. Nel Def di aprile, la spesa per interessi è prevista attestarsi al 3,9% e al 3,7% nel 2018, rispetto al 4% del 2016, con l’avanzo primario che dovrebbe crescere fino al 3,4% nel 2020 (contro l’1,5% dello scorso anno). Non vi è dunque molto spazio per una manovra che non concentri tutte risorse disponibili in direzione del sostegno esclusivo alla crescita. Riduzione del debito e politiche orientate alla crescita, favorite da un orientamento non più solo “ragionieristico” di Bruxelles come quello che a fatica si sta facendo strada, non sono dunque in contrapposizione ma possono (e devono) marciare in parallelo.

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