Italia

Cuneo fiscale, contributi dimezzati per i giovani assunti

TAGLIO DEL CUNEO FISCALE

Cuneo fiscale, contributi dimezzati per i giovani assunti

(Agf)
(Agf)

Un 15-20 punti di contributi in meno, per tre anni, per i primi contratti a tempo indeterminato a favore dei giovani (ancora da stabilire se under29 o 35: l’esigenza è non “cannibalizzare” l’apprendistato); un intervento che avrebbe un costo iniziale inferiore al miliardo di euro nei primi due anni, per poi attestarsi, a regime, a 1,5 miliardi.

Sarà un po’ più “selettivo” rispetto alla decontribuzione generalizzata targata Jobs act: il “nuovo” taglio al cuneo allo studio del governo, in vista della manovra di autunno, punterebbe a premiare essenzialmente le aziende che non licenziano; anche se confermerebbe modalità di fruizione (dello sgravio) telematiche e piuttosto agevoli (si replicherebbe il meccanismo messo a punto per il «bonus Occupazionale» di Garanzia giovani, che scadrà a fine anno, finanziato con 200 milioni di fondi Ue, e che sta funzionando: da gennaio a maggio sono state presentate all’Inps oltre 38mila domande per ottenere l’esonero).

Accantonato lo spettro di elezioni anticipate, i tecnici di palazzo Chigi, coordinati dal consigliere economico Marco Leonardi, hanno ripreso ad approfondire i “dossier” della prossima legge di Bilancio. Che per quanto riguarda il “capitolo lavoro” vedono in prima fila l’annunciato taglio del cuneo per favorire la stabilità dei giovani. Al momento starebbe perdendo quota l’opzione iniziale di una decontribuzione più o meno piena (costo iniziale più di un miliardo, a regime 3-4 miliardi). Del resto, anche ieri il premier, Paolo Gentiloni, parlando della manovra 2018, ha evidenziato come «non ci siano vacche grasse in arrivo. Abbiamo comunque messo fieno in cascina - ha poi aggiunto -. Faremo di tutto per la riduzione fiscale sul lavoro e in particolare sul lavoro dei giovani».

Si cerca di non penalizzare l’apprendistato, che in questi mesi sta risalendo. L’apprendistato è agevolato da una contribuzione ridotta al 10% per tre anni, quattro in caso di stabilizzazione. C’è poi l’obbligo formativo in capo all’azienda. Il contratto a tempo indeterminato, invece, ha una contribuzione, specie all’inizio, intorno al 30% e non prevede impegni formativi per l’impresa. Di qui l’idea di renderlo più conveniente, per i ragazzi under29 o 35, con un abbattimento dei contributi di 15-20 punti (praticamente un dimezzamento) per i primi tre anni di impiego “fisso”.

Sempre per i giovani, poi, risorse permettendo, si starebbe ragionando su una “dote formazione portabile” per rispondere a eventuali ingressi “discontinui”. Una sorta di “conto personale formazione”, ha spiegato Leonardi: «In futuro, si potrebbe partire con un gettone iniziale di 500 euro, con accumuli successivi attraverso il versamento da parte dei datore di una parte minima dello 0,30%, già oggi destinato alla formazione continua. In questo modo, il contributo si legherebbe alla singola persona e finanzierebbe non solo la formazione iniziale, ma anche le varie transizioni di carriera».

Accanto all’operazione “cuneo” nella prossima manovra potrebbe trovare spazio pure la nuova disciplina per affrontare le crisi d’impresa, soprattutto quelle che portano a licenziamenti collettivi (ogni anno sono circa 70mila unità i lavoratori licenziati con procedura collettiva).

Qui l’idea, in corso di approfondimento con le parti sociali, è consentire ai fondi interprofessionali di ampliare il loro raggio d’azione anche in favore del personale in uscita. Lo Stato, attraverso Anpal, metterebbe a disposizione un assegno di ricollocazione “collettivo”.All’imprenditore che attua l’atto di recesso verrebbe chiesto un contributo, che diventa “un incentivo” all’impresa che offre un impiego al lavoratore licenziato. Il tutto con il supporto delle singole misure regionali. Nel decreto Sud sono stati stanziati 40 milioni, affidati ad Anpal, per le crisi aziendali nelle aree meridionali. «In manovra 2018 potremmo aggiungere altri 50 milioni - ha detto Leonardi - ed estendere l’intervento a tutt’Italia. Nello scrivere poi le norme dovremmo trovare un equilibrio tra l’esigenza di costi e tempi certi per le aziende e quella della ricollocazione dei lavoratori».

Un ragionamento, un po’ più di lungo termine, riguarda infine il decollo dell’istruzione terziaria professionalizzante. In Italia oggi esistono solo gli Its. In autunno dovrebbero partire le lauree professionalizzanti. «La necessità è governare bene questo percorso, senza frizioni o sovrapposizioni - ha tagliato corto Leonardi -. I fondi agli Its vanno aumentati. C’è bisogno di un sistema che funzioni. Che non sia autoreferenziale, ma dialoghi con imprese e territori».

© Riproduzione riservata