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Regole costituzionali e doppio turno, la lezione francese

L'Analisi|osservatorio

Regole costituzionali e doppio turno, la lezione francese

Gli elettori francesi hanno eletto una assemblea “incostituzionale”. Dopo aver eletto un presidente della repubblica con il 24 % dei voti, hanno dato a un unico partito che ha ottenuto il 28,2 % dei voti al primo turno una maggioranza assoluta pari al 53,4% dei seggi. Se al partito di Macron aggiungiamo il suo alleato MoDem i numeri sono questi: 32,3 % dei voti al primo turno, 350 seggi totali, il 60,7%. La disproporzionalità di cui la coalizione di Macron ha beneficiato rappresenta un premio di 28,4 punti percentuali, che è la differenza tra percentuale di voti presi e percentuale di seggi ottenuti. Il Front National con il 13,2% dei voti ha ottenuto 8 seggi, cioè l'1,4 %, e non potrà fare un gruppo parlamentare. La sinistra di Melenchon con l’11% dei voti ha preso 17 seggi , il 2,8%. I Verdi con il 4,3% dei voti, un solo seggio.

Si può giudicare una tale distorsione della rappresentanza rispettosa dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto ? Tanto più che si è realizzata con una astensione record che è stata del 51% al primo turno e del 57% al secondo. Lo chiediamo ai giudici della Consulta che hanno bocciato il ballottaggio dell’Italicum, proprio applicando quei principi, e a tutti quei politici, costituzionalisti e giornalisti che ne hanno preparato e applaudito la decisione.

Nella loro sentenza del gennaio 2017 i giudici costituzionali sono stati chiarissimi. Ci hanno detto che «ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che essere primariamente (il corsivo è mio) destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività». Il ballottaggio dell’Italicum viola questo principio. Eppure nella stessa sentenza hanno fatto riferimento alla Francia, senza citarla, come a un caso di ballottaggio legittimo. Ebbene davanti a un esito come quello verificatosi ora a Parigi (ma non è il solo nella storia della Quinta Repubblica) si può affermare che il sistema francese assicuri il valore costituzionale della rappresentatività? No di certo. L’assemblea nazionale francese è incostituzionale secondo i criteri della nostra Consulta. A meno di non voler far credere che il valore “primario” della rappresentatività e della uguaglianza del voto si applichi ai modelli di governo parlamentari, ma non a quelli semi-presidenziali.

Quindi, sarebbe giusto, viste le gravi conseguenze della sua sentenza, che la Corte spiegasse perché una disproporzionalità generata in 577 collegi uninominali, come in Francia, è più costituzionale, cioè più rispettosa dei principi di rappresentatività e di uguaglianza del voto, di una disproporzionalità, predeterminata e limitata, generata in un unico collegio nazionale, come sarebbe stato il caso in Italia con l’Italicum da lei bocciato. A chi l’avesse dimenticato ci piace ricordare che l’Italicum è un sistema in cui il partito vincente ottiene il 54% dei seggi, sia che vinca al primo turno sia che vinca al secondo. Con l’Italicum Macron avrebbe ottenuto 312 seggi (su 577) e non 350, ma soprattutto sarebbero state più giustamente rappresentate le minoranze. Il Front National avrebbe ottenuto 59 seggi invece di 8 e il partito di Melenchon 49 invece di 17.

Insomma, meglio il sistema francese o meglio l’Italicum dal punto di vista dei principi invocati dalla stessa Corte? Meglio un sistema in cui gli elettori conoscono a priori in modo trasparente l’esito sistemico del loro voto o un sistema dove hanno solo una vaga idea, votando un candidato nel loro collegio, di quali saranno le conseguenze nazionali del voto? Infine, quale dei due sistemi comprime di più, e più irragionevolmente, la rappresentatività per favorire la governabilità?

Quello che i giudici, e non solo quelli costituzionali, sembrano non capire è come funzionano i collegi uninominali maggioritari. Hanno bocciato un sistema maggioritario di lista, come l’Italicum, perché non ne hanno compreso i vantaggi rispetto ad un sistema basato sui collegi maggioritari. I collegi sono certamente un buon strumento e saremmo ben lieti che un sistema come quello francese fosse adottato anche da noi, ma bisogna essere consapevoli che possono produrre forti distorsioni della rappresentanza come a Parigi oppure nessuna chiara maggioranza come a Londra. Né gli stessi giudici hanno mostrato di comprendere la funzione del secondo voto e delle seconde preferenze nei sistemi a due turni, come abbiamo spiegato in un precedente intervento sulle pagine del Sole 24 Ore (9 maggio 2017).

In Italia oggi sono in vigore due sistemi elettorali frutto di due sentenze. Nella situazione attuale è altamente improbabile, per non dire certo, che con questi sistemi si riesca fare un governo di coalizione stabile ed efficace dopo il voto. Ed è inutile, oltre che ipocrita, gridare oggi contro un eventuale governo Pd-Forza Italia, quando questo potrebbe essere l’unico modo di formare una maggioranza. La Francia al contrario, nonostante la crisi dei partiti tradizionali e la sfida del populismo, ha un presidente e un governo stabili, grazie a sistemi maggioritari che favoriscono “primariamente” la governabilità rispetto alla rappresentatività. Un governo con una maggioranza solida che gli consentirà di decidere e di farsi giudicare tra 5 anni per quello che ha fatto o non ha fatto.

Noi invece siamo dentro una palude di incertezza. Primo o poi ci accorgeremo che per uscire dalla impasse la strada più efficace e più democratica è quella di dare agli elettori un secondo voto come in Francia, o come nei nostri Comuni. Lo si può fare ripartendo, nonostante tutto, dalla sentenza della Consulta, che pur abolendo il ballottaggio dell’Italicum ha lasciato la porta aperta ad altre forme di doppio turno. Anche a quello francese che evidentemente per la Corte è meglio dell’Italicum.

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