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Migranti integrati «fin dall’arrivo»

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Migranti integrati «fin dall’arrivo»

(Fotogramma)
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Arriva il primo piano nazionale per l’integrazione. Destinatari, gli stranieri titolari di protezione internazionale. Con un obiettivo primario e prioritario: includere i migranti nei processi di inserimento sociale fin dall’arrivo in Italia. A febbraio lo aveva già annunciato in Parlamento il ministro dell’Interno Marco Minniti. Arriverà «entro giugno» aveva detto Minniti. È uno dei pilastri della politica sull’immigrazione condivisa con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Dove l’accoglienza non può essere scissa dall’integrazione. E vanno di pari passo con il profilo della sicurezza.

Così in questi giorni il ministro ha spinto sull’acceleratore. Il documento, in corso di stesura finale, secondo le previsioni dovrebbe essere illustrato da Minniti il 30 giugno al tavolo di coordinamento nazionale presso il ministero dell’Interno, dove siedono anche i rappresentanti del dicastero del Lavoro, delle Regioni e dei Comuni.

Il testo raccoglie tutte le esperienze già in corso a livello locale considerate «buone pratiche». Le direttrici dell’integrazione immaginata dal Viminale sono sei: formazione; mediazione culturale; conoscenza della lingua; assistenza sanitaria; lavoro; dimensione abitativa. Ma sono in ballo anche gli aspetti del ricongiungimento familiare e del dialogo interreligioso.

Le esperienze già in corso, del resto, sono numerose. Alcune diventate norma: come quella dei lavori socialmente utili per i migranti, già sperimentata in diversi Comuni e poi prevista dal decreto Minniti convertito in legge. Un altro riferimento è l’intesa tra Interno e Confindustria, sancito prima da un accordo quadro firmato dal presidente Vincenzo Boccia con l’allora ministro Angelino Alfano e poi da un protocollo sul lavoro qualificato dei rifugiati sottoscritto tra il direttore generale di viale dell’Astronomia, Marcella Panucci, e il prefetto Rosetta Scotto Lavina.

Essenziale fondamento del piano è l’avvio del processo di integrazione fin dalla fase iniziale dell’arrivo in Italia del migrante, la cosiddetta prima accoglienza. Ma secondo le indicazioni di Minniti un quadro del genere diventa strategico se tiene conto del contesto di attuazione. Se riesce a misurarsi con le identità dei territori; integrarsi con il sistema di assistenza sociale già esistente; preoccuparsi dei soggetti più fragili: i minori stranieri non accompagnati, le donne, chi è stato vittima di tratta.

E le comunità d’accoglienza - oggi i Comuni impegnati sono circa 2mila800 - vanno informate e sensibilizzate. Alla fine l’obiettivo mirato sul singolo migrante è far sì che possa raggiungere una dimensione di autonomia personale. L’esatto opposto, insomma, degli scenari di stranieri che bivaccano per strada magari chiedendo l’elemosina.

Nel processo di definizione del piano, al quale ha lavorato a lungo il sottosegretario Domenico Manzione (Pd), è stato coinvolto anche l’Unhcr. L’Alto commissario per i rifugiati ha fatto quattro focus group mirati ed è emerso, tra l’altro, che una delle maggiori priorità dei richiedenti asilo - ieri è stata celebrata la Giornata nazionale del Rifugiato - è proprio quella di un lavoro. Il piano di integrazione, tra l’altro, mette a fuoco i casi di discriminazione più diffusi e propone misure di contrasto e prevenzione. La grande scommessa del piano, certo, sta nella sua attuazione. Ma le responsabilità istituzionali e sociali coinvolte sono moltissime, a ogni livello. Non solo i prefetti e gli enti territoriali ma anche i ministeri della Salute, Istruzione, gli Affari Esteri, l’Oim (organizzazione internazionale per le migrazioni). Tirarsi indietro sarebbe inspiegabile.

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