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La mafia imprenditrice gode di ottima salute

Relazione della Dna

La mafia imprenditrice gode di ottima salute

Come il rancio, lo stato di salute delle mafie è sempre ottimo e abbondante. Nell'affrontare il capitolo più interessante, quello della corruzione, lo ribadiscono, loro malgrado, il capo della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti e il sostituto procuratore Francesco Curcio.

Testualmente, si legge nella relazione relativa al periodo luglio 2015/giugno 2016 depositata il 12 aprile e appena presentata al Senato, «si continua a rilevare un florido stato di salute delle associazioni mafiose, sempre ricche e presenti sul territorio, che si manifesta, anche, in una loro propensione, sempre più accompagnata dal successo, a sviluppare attività criminali in contesti amministrativi ed imprenditoriali».

Sembra quasi che l'azione preventiva e la repressione continua in capo alle organizzazioni mafiose e ai sistemi criminali, sviluppino nelle stesse anticorpi in grado di resistere e mutare la propria natura genetica adattandola alla reazione dello Stato e di quel poco di reazione che giunge dalla società.
Ma quel che scrivono i due magistrati subito dopo è ancora più indicativo dello strapotere delle mafie corruttive, ‘ndrangheta in testa. Le mafie stesse, infatti, diventano «autorità pubblica» in grado di governare processi e sorti dell'economia. Sembra quasi di rileggere quanto scrisse, nella relazione della Dna 2008, il sostituto procuratore antimafia Carlo Caponcello, riprendendo un concetto espresso decenni prima dall'allora sostituto della Dda di Reggio Calabria Vincenzo Macrì: «La ‘ndrangheta è una presenza istituzionale strutturale della società calabrese. È interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l'aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale».

«L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose –si legge ancora nella relazione della Dna – determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed

economico che viene infiltrato. Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati). E l'abuso di potere sistematico, che reca con se il timore di subire altri e peggiori abusi, non diversamente dalla intimidazione mafiosa classica, genera assoggettamento, in quanto si manifesta come una delle forme di violenza più insopportabile per le vittime, dalla quale è

più difficile sottrarsi, perché le pone in un angolo, disarmate e sopraffatte da un metus publicae potestatis accentuato dalla natura sostanzialmente criminale dei pubblici ufficiali che agiscono come terminali del sodalizio mafioso. Insomma per chi è estraneo al cartello mafioso, viene a crearsi un muro insormontabile, una condizione che determina soggiacenza».

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