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Dossier Sulle professioni è necessaria una strategia Ue

    Dossier | N. 8 articoliAlbi & mercato

    Sulle professioni è necessaria una strategia Ue

    Il Jobs act del lavoro autonomo contiene, come spesso capita in provvedimenti di questo tipo, tali e tanti interventi di riforma, da rendere complicato il giudizio. Per molti versi non si può non applaudire all'ampliamento delle tutele del lavoro professionale non ordinistico.

    Si tratta di misure attese da anni, richieste tanto dagli Ordini quanto dalle associazioni non ordinistiche, e sulle quali il legislatore aveva finora evitato di intervenire in modo sistematico.

    Fin qui tutto bene. Tuttavia se si vuole essere franchi fino in fondo vi sono almeno tre questioni sulle quali vanno accesi i riflettori nel prossimo futuro, in parte perché dipendono dalle modalità di attuazione delle deleghe previste dalla legge appena entrata in vigore, in parte perché non è ancora chiara la direzione di marcia che si intende seguire come paese a proposito del mondo delle professioni. Tutte e tre queste questioni hanno a che fare inoltre con il rapporto tra regolazione legislativa e organizzazioni di rappresentanza dei professionisti.

    In primo luogo, una delle prossime deleghe dovrà regolamentare la possibile devoluzione agli Ordini e ai Collegi dello svolgimento di atti pubblici. Si tratta, nei fatti, dell'allargamento di esperienze che hanno dato già buoni frutti in passato con l'affidamento alle associazioni di rappresentanza degli interessi di attività che avrebbero dovuto svolgere i pubblici uffici: si pensi ai compiti pubblici assolti dalle organizzazioni agricole, artigiane e dei commercianti, oppure ai patronati e ai centri di assistenza fiscale (caf) nel caso dei sindacati. Spesso, al di là delle polemiche strumentali, questa delega ad associazioni private ha fatto spendere meno allo Stato e ha aumentato l'efficienza delle prestazioni (valga per tutti il caso del fisco). Tuttavia nel momento in cui si riconoscono nuove funzioni “pubbliche” agli Ordini e ai Collegi si dovrebbe chiarire in via definitiva se essi vanno mantenuti, aboliti, oppure addirittura potenziati. Insomma, sarebbe quantomeno auspicabile un indirizzo chiaro del legislatore sulle loro future competenze e sui loro perimetri di azione, anche perché, in caso affermativo, si dovrebbero individuare i criteri di legittimazione delle mille professioni di nuovo conio che premono sul parlamento in quanto si sentono discriminate dall'assenza di un loro riconoscimento ordinistico, fatto a misura delle loro specifiche esigenze professionali.

    Una seconda questione, in larga parte simile, riguarda l'ampliamento del welfare complementare operato dalle Casse. Anche in questo caso si tratta di legittimare il pulviscolo di sperimentazioni avviate in questi anni sotto la pressione di una domanda di welfare aggiuntivo a cui solo le Casse previdenziali, in virtù dei loro cospicui introiti, erano in grado di dare risposta.

    Fin qui tutto bene, anzi c'è da chiedersi se non siano da esplorare incentivi fiscali che favoriscano la diffusione del welfare complementare, magari percorrendo strade analoghe a quelle in vigore per i lavoratori dipendenti attraverso la defiscalizzazione dei premi di risultato annuali.

    Tuttavia non c'è chi non veda come non vi sia simmetria alcuna tra datore di lavoro e Cassa previdenziale, con la conseguenza che i nuovi ruoli e le nuove funzioni delle Casse devono quantomeno essere adeguatamente indirizzate dal legislatore. Per il momento forse non c'è problema vista l'utilità di sperimentare a briglia sciolta i confini di questo welfare complementare.

    Ma prima o poi una riflessione andrà fatta, altrimenti dietro l'angolo c'è il rischio di ripercorrere vecchie strade che si volevano abbandonare, senza dimenticare il pericolo di una moltiplicazione inefficiente di strutture simil-mutualistiche.

    In terzo luogo, il mondo delle professioni è oggi organizzato a mezzadria da Ordini, Casse e associazioni di rappresentanza di interessi, prime fra tutte quelle firmatarie di contratti nazionali di lavoro, senza una chiara divisone dei compiti.

    Come è logico attendersi, guerre di confine e giochi di concorrenza sono inevitabili. Il Jobs act implicitamente sceglie di non scegliere, potenziando e offrendo opportunità a tutti e tre questi soggetti collettivi. Come a dire che fa finta di non vedere i rischi impliciti in una concorrenza esasperata.

    Qui a latitare è l'Europa, ed è la debole iniziativa comunitaria a legittimare il fatto che ogni Paese si muova in ordine sparso, ovvero che ognuno rafforzi i propri tradizionali modelli nazionali di regolazione (pubblica e privata) delle professioni.

    Ma si può davvero pensare di andare avanti ancora per molto con regolazioni nazionali che tendono ad amplificare invece che a ridurre le rispettive (divergenti) traiettorie di sviluppo? È vero che il modello inglese -il più lontano da quelli continentali- perde di significatività dopo il voto sulla Brexit del 2016 e l'avvio dei negoziati di uscita dall'Unione europea.

    Tuttavia, basta guardare a che cosa sta succedendo in Francia, Spagna, Germania e Italia per capire che prima o poi bisognerà alzare lo sguardo dal proprio cortile e (ri)provare a trovare un orizzonte europeo per regolare le professioni e l’insieme delle sue rappresentanze.

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