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Dossier Superare l’inefficienza del fisco attuale

    Dossier | N. 19 articoliFlat tax

    Superare l’inefficienza del fisco attuale

    (Agf Creative)
    (Agf Creative)

    Nel determinare la funzione economica desiderabile dello Stato, in un Paese democratico, moderno e civile, è importante decidere se lo Stato ha l’obbligo di assistere cittadini che per varie ragioni (disabilità fisica, vecchiaia, disoccupazione, scarsa ambizione e talento, ecc.) hanno un reddito troppo basso per sostenere un tenore di vita che la comunità considera adeguato. Se la risposta è positiva, come molti credono, la questione diventa dove lo Stato deve trovare le risorse finanziarie per assistere i meno fortunati e in che modo assisterli.

    Se non si può ricorrere al debito pubblico, che non sarebbe una soluzione sostenibile nel tempo, lo Stato dovrà dipendere dal sistema tributario. Le imposte usate possono essere: regressive, proporzionali, o progressive. La scelta dovrebbe dipendere in parte da come il reddito e la capacità contributiva delle persone vengono distribuiti. Se la distribuzione del reddito è relativamente uguale (il coefficiente di Gini è basso) le imposte possono essere proporzionali. La ragione è che, in questo caso, la capacità contributiva è poco concentrata e i cittadini possono contribuire al pagamento delle imposte in proporzione al loro reddito. Se la distribuzione del reddito è relativamente ineguale, come ora in molti Paesi, compresa l’Italia, la capacità contributiva è molto più concentrata nelle fasce più ricche della popolazione. In questi casi le tasse dovrebbero essere progressive.

    Fino a un secolo fa, quando la spesa pubblica era bassa ed era principalmente diretta alla produzione di beni pubblici (difesa, giustizia, amministrazione, ecc.), la “Scienza delle Finanze” in Italia aveva espresso una preferenza per un sistema impositivo generalmente proporzionale. Quindi avrebbe preferito flat tax a tasse progressive. L’imposta ad aliquota unica fu riscoperta durante gli anni di transizione di vari Paesi, da economie pianificate a economie di mercato. A quel tempi i Paesi in transizione avevano poca esperienza con sistemi tributari, e avevano distribuzioni del reddito relativamente uguale. Per loro, una flat tax era quindi una alternativa ovvia e accettabile, e molti Paesi la scelsero.

    Alcuni economisti hanno sostenuto e continuano a sostenere la flat tax menzionando meriti che non sono sempre verificabili. I meriti includono efficienza e crescita economica; facilità di amministrazione; semplicità; bassi costi di adempimento per i contribuenti... I Paesi dove fu introdotta, con qualche eccezione (Russia) erano Paesi piccoli e non esattamente sofisticati.

    Per Paesi più grandi, la scelta della flat rate tax solleva più di qualche dubbio. In questi Paesi le complicazioni amministrative e gli alti costi di adempimento da parte dei contribuenti sono spesso connessi con la definizione della base imponibile, dovuta all’esistenza di incentivi e di spese fiscali, non col fatto che le aliquote siano progressive o meno. Inoltre, c’è sfortunatamente poca evidenza obiettiva ed empirica fra ricorso alla flat tax e crescita economica. Tra la lunga lista di Paesi che hanno adottato una flat tax non si osservano grandi campioni di crescita economica.

    Come il Rapporto Ibl sottolinea, il sistema fiscale italiano attuale è il risultato di molti e continui interventi negli anni, interventi che hanno seguito l’intuizione di politici che conoscevano meglio la politica che l’economia. Quegli interventi non hanno seguito un disegno chiaro. Infatti non hanno seguito nessun disegno. Non è quindi difficile essere d’accordo con la conclusioni del Rapporto, curato da Nicola Rossi, che il sistema fiscale italiano ha urgente bisogno di una drastica semplificazione.

    Questo sistema spende troppo e male e tassa in modo inefficiente e iniquo. Ma non a causa della progressività. Una riduzione della spesa pubblica, che permetterebbe di ridurre e semplificare le imposte, senza rischi per l’economia, sarebbe chiaramente desiderabile. Ma rimango scettico se l’obbiettivo del «25% per tutti» (inclusi i miliardari che appaiono regolarmente nelle classifiche Forbes o Bloomberg, e molti che ottengono rendite enormi e non meritate da situazioni monopolistiche) sia la scelta migliore, anche se la soluzione proposta, nel suo insieme, sarebbe preferibile alla situazione attuale, se fosse introdotta nel modo in cui è stata presentata. Bisogna rendersi conto che il problema principale non è l’esistenza o meno di aliquote progressive, ma l’assurdità e l’inefficienza del sistema fiscale attuale.

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