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Dossier Creare dal basso lo spazio fiscale europeo

    Dossier | N. 25 articoli#Eurodibattito

    Creare dal basso lo spazio fiscale europeo

    (Marka)
    (Marka)

    Non è facile combattere l’euroscetticismo, nonostante il clima politico oggi più favorevole all’ Europa. Il sovranismo non è la risposta ma restano in essere le questioni da cui esso nasce: globalizzazione, domanda di benessere, aumento delle disuguaglianze e dell’insicurezza complessiva. La Ue si è troppo e troppo a lungo concentrata su mercato ed economia, trascurando, di fatto, il resto. Gli interventi sulla Governance, e i passi avanti compiuti, sono infatti rappresentati da Esm, Unione bancaria e il Piano Juncker per gli investimenti.

    Le proposte di cambiamento della governance complessiva, da quella dei 4 Presidenti del 2012 e poi dei 5 Presidenti, a quella dei Governatori delle Banche centrali di Germania e Francia per un Ministro delle Finanze europeo, non hanno fatto significativi progressi.

    Per rispondere alla domanda di cambiamento occorre che l’Unione mostri la sua capacità di produrre beni collettivi per tutti.

    Un punto imprescindibile è quello della creazione di uno spazio fiscale comune (non una fiscalità comune) che consenta la creazione di un bilancio dell’Unione capace di strategie comuni in materia di politiche sociali e interventi per la sostenibilità dello sviluppo. La questione delle politiche sociali pone quella delle “risorse proprie” e quella del livello di governo che meglio le può realizzare. Una politica concretamente indirizzata allo sviluppo inclusivo e sostenibile ha bisogno delle risorse necessarie a realizzarla.

    La proposta che si esprime qui è quella dell’adozione di un approccio “bottom up”, che, partendo dall’esigenza di affrontare problemi comuni ed urgenti, come la gestione delle frontiere, i flussi migratori, le questioni della sicurezza e della difesa, l’ambiente, apra uno spazio fiscale comune. L’idea è che la fiscalità, rigettata ogni volta che se ne parla in via di principio, possa diventare possibile e praticabile una volta che la si applichi su problemi concreti. Bisogna dire con chiarezza che non è l’euro il problema dell’Europa. L’uscita dall’euro, ammesso che sia praticabile, non risolverebbe i problemi competitivi dei Paesi più deboli dell’Eurozona, a cominciare dal nostro. Essa li condannerebbe, piuttosto, ad un inseguimento dei Paesi più competitivi attraverso la svalutazione. C’è, semmai,da affrontare il problema del debito pubblico in un’ottica concordata tra i Paesi.

    Occorre invece riconoscere la sostanziale inadeguatezza delle policy macroeconomiche adottate in questi anni. Non si è intesa per tempo la natura strutturale della crisi che si è aperta nel 2007 e si sono adottate, anziché le necessarie politiche strutturali di medio periodo, politiche anticicliche del tutto inadatte a combattere la quasi-stagnazione che ci siamo trovati a fronteggiare. Abbiamo impiegato molto tempo (troppo) a riconoscere l’inadeguatezza delle politiche di austerità nel risolvere una crisi in cui l’elemento dominante era l’insufficienza della domanda e di quella dell’investimento in particolare. È necessario adattare fiscal compact e regole sul deficit all’esigenza di privilegiare l’attività d’investimento. Circa le politiche, si può riprendere la proposta avanzata nel 2014 dalla Commissione di una politica industriale comune. È sempre più evidente che la competizione tra le grandi aree del mondo ha messo in moto una forte spinta a rivedere politiche ed accordi commerciali e sostegni alle politiche per l’innovazione.

    Le scelte dell’Amministrazione Trump sono emblematiche al riguardo: creano potenziali difficoltà alla Ue ma anche opportunità. Basta pensare che la scelta Usa di rinforzare le spese militari si accompagna ad un ridimensionamento dell’impegno su cambiamento climatico, tecnologie ambientali ed energie rinnovabili. È questa un’area in cui l’Unione ha molto investito e che presenta enormi prospettive di cambiamento tecnologico ed innovazione. Sono questi ultimi i driver dello sviluppo ed è su di essi che l’Unione deve concentrare le proprie scelte industriali.

    Una scelta di medio-lungo periodo per la politica economica potrebbe poi essere quella di una strategia Euro-mediterranea, guardando alla logistica tante volte evocata e non mai oggetto di interventi, tanto più importanti con il progetto cinese di una nuova “silk road”. Sarebbe anche una risposta alla domanda di mettere in campo uno sviluppo sostenibile per la sua capacità potenziale di attenuare le disuguaglianze territoriali tra Nord e Sud.

    Quanto agli strumenti di Governance si possono utilizzare le potenzialità del Trattato di Lisbona. Le recenti risoluzioni del Parlamento europeo indicano una ripresa d’iniziativa a favore dell’approccio sovranazionale rispetto al prevalere del metodo intergovernativo ed esprimono un forte richiamo alle opportunita’ offerte dal Trattato, che sono rimaste sulla carta. Gli obbiettivi della Strategia Eu 2020 non hanno goduto dei meccanismi previsti per assicurare il rispetto delle regole in materia di debito, bilancio pubblico e concorrenza. Perché non creare stimoli ed incentivi capaci di sollecitare le potenzialità del Trattato di Lisbona su educazione, occupazione, innovazione ed energie rinnovabili, tanto più che esse sono priorità da tutti riconosciute?

    Serve un’Ue più leggera, non bisogna mai dimenticare che principio fondante degli interventi dell’Unione è quello della “sussidiarietà”. È un principio, che se ben applicato, porterebbe all’auspicata riduzione dell’eccesso di regolamentazione che grava sull’Europa.

    L’esperienza della Brexit, infine, sembra far propendere per un’Europa con obiettivi e velocità differenziate. Ma se questa fosse l’evoluzione che ci aspetta, non si potrebbe, in ogni caso, rinunciare ad un nucleo di riferimento, i cui componenti condividono tutti gli aspetti dell’Unione, a cominciare dall’euro, senza che, per questo, ci sia un’Unione di serie A ed una di serie B.

    President Tor Vergata Economics Foundation

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