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Bad bank, il Tesoro riparte dal rafforzamento della Sga

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Bad bank, il Tesoro riparte dal rafforzamento della Sga

  • –Laura Serafini

Le aperture europee sulle bad bank nazionali per gestire i crediti deteriorati accendono i riflettori del Tesoro sul rafforzamento della Sga. Dovrebbe passare dalla Società di gestione degli attivi, appena incaricata dal decreto sulle banche venete di gestire il recupero dei crediti deteriorati e la vendita degli attivi liquidati, la struttura della bad bank all’italiana. I lavori sono solo all’inizio, anche perché per passare davvero all’azione bisognerà aspettare che gli sviluppi dei giorni scorsi si trasformino in decisioni operative, passaggio che il sempre articolato calendario europeo colloca all’autunno. La direzione però è chiara: l’adesione alle “offerte” della bad bank, come ha chiarito lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, dovrà avvenire su base volontaria da parte delle singole banche interessate, e la Sga offre la struttura di base più adatta alla bisogna.

Due sono i segnali che puntano in questa direzione. Il 7 luglio scorso il Tesoro ha nominato i nuovi vertici della Sga, affidandone la guida a Marina Natale, manager con un ricco curriculum in Unicredit e Mediobanca, e la presidenza ad Alessandro Rivera, cioè il tecnico del Mef che ha seguito in prima linea tutti i più complicati dossier bancari di questi mesi. Il rafforzamento della Sga si è poi affacciato nell’emendamento elaborato nei giorni scorsi dal governo per il decreto sulle venete in discussione alla Camera (si veda l’articolo sopra). Il correttivo è stato poi ritirato per la scelta di tenere blindato il testo del decreto, ma molti dei suoi contenuti potrebbero riaffacciarsi prossimamente: tra questi, appunto, i correttivi nati per rafforzare la gestione dei crediti della Sga, anche attraverso la possibilità per gli enti in liquidazione di erogare nuova finanza per ristrutturare anche i crediti ceduti alla società. Alla Sga, soprattutto, tocca ora il compito strategico di avvicinarsi agli obiettivi ambiziosi di recupero indicati nella relazione tecnica al decreto sulla base dei calcoli Bankitalia: recuperare 9,9 miliardi dalla gestione delle sofferenze venete, e per questa via portare in positivo il conto finale per la finanza pubblica.

Prima rifiutata, poi agognata, ora che la bad bank - viste le indicazioni emerse l’altroieri dall’Ecofin - è diventata una possibilità concreta, i banchieri italiani si mostrano cauti. Bene che l’Europa bancaria rinfrescata da un’aria “parzialmente nuova”, come notava Antonio Patuelli, si sia finalmente accorta del problema e della sua rilevanza politica, si ragionava ieri nel parterre dell’assemblea Abi. Anche solo un anno fa nessuno avrebbe osato prevederlo. Ma il giudizio è sospeso: «Tutto dipenderà da che cosa sarà e da come funzionerà», sintetizza per tutti il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro a Il Sole 24 Ore. Giudizio condiviso da molti colleghi banchieri. Per Alessandro Vandelli, a.d. di Bper, «si tratta di capire i tempi di esecuzione del progetto, le modalità operative e i prezzi a cui il veicolo può comprare gli Npl, che non possono essere lontani da quelli di mercato». Ecco il nodo di fondo: il prezzo. Il successo dell’iniziativa dell’Asset management company – qualora davvero vedesse la luce – sarà strettamente connesso all’adeguatezza del valore a cui i crediti saranno trasferiti dalle banche al veicolo. Un valore che deve essere necessariamente più alto di quello offerto dai fondi speculativi, ma non troppo elevato da configurare un potenziale aiuto di stato. «Un’iniziativa di questo genere può essere utile se arriva presto e soprattutto se punta su un criterio cruciale: il prezzo di trasferimento delle sofferenze deve essere ancorato al valore economico reale», osserva il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti. «I flussi di cassa generati e attesi sono già un indicatore significativo - aggiunge -. E naturalmente non ci deve essere una soglia di accesso penalizzante per i portafogli di crediti di dimensioni contenute». Proprio la diversità dei portafogli (e degli approcci) dei singoli istituti al problema degli Npl, potrebbe rendere preferibile una soluzione “volontaria” alla partecipazione all’iniziativa. «È meglio che lo schema preveda un’adesione volontaria, così da lasciare libertà operativa ai diversi soggetti interessati», spiega il presidente di Bper, Luigi Odorici.

Al di là delle posizioni ufficiali, nel sistema bancario italiano emerge una certa freddezza per la partenza ora di uno strumento che forse avrebbe potuto dispiegare al meglio gli effetti due anni fa, per prevenire la degenerazione di crisi come quella di Mps o delle banche venete.

Le preoccupazioni sono legate anche alla effettiva portata delle nuove linee guida emanate nei mesi scorsi dalla Banca centrale europea con l’intento di introdurre maggiore flessibilità per gestire gli Npl. Le linee consentono più opzioni: gestione inhouse, cartolarizzazione, cessione tout court o forme miste. Sebbene quelle linee guida siano state accolte con favore in Italia. «Le nuove linee guida della Bce sui deteriorati rappresentano più lungimiranti strategie che devono essere utilizzate anche per le banche in difficoltà, tenendo comunque presente la realtà delle strutture produttive e commerciali italiane», ha osservato ieri il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli.

Ancora una volta i rischi si possono annidare nell’interpretazione di queste nuove linee: la possibilità che nelle pieghe dei dettami chi vigila trovi i margini per mettere fretta di vendere a chi ha consistenti quantità di Npl non sarebbe remota. È noto, d’altro canto, che la Banca d’Italia sta a sua volta lavorando a una sorta di regolamento attuativo di queste linee guida, forse anche con l’intento di sgombrare il campo da dubbi. Mentre ci sono contatti in corso, in queste settimane, tra esponenti delle istituzioni e del mondo bancario italiano con la Bce per avere maggiori lumi su questi aspetti. La questione reale è che con la fase di ripresa che si intravede e l’ingente mole di accantonamenti fatti, la presenza di Npl nei bilanci delle banche può rappresentare un potenziale di plusvalenza cui gli istituti di credito non intendono rinunciare solo perchè nuovi strumenti di pressione possono essere messi in campo. Sia che essi siano interpretazioni e nuovi veicoli studiati per comprare crediti deteriorati.

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